El Diablo secondo

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Al Sestriere, la volta in cui Claudio Chiappucci arrivò in prima posizione e la Fiat in seconda (marcia)

 

Come una irrisolta e irrisolvibile antinomia, c’è il senso di una consolante gratificazione oppure di una sgradevole presa per il culo. Il secondo posto come categoria esistenziale prima che sportiva, una sfida proibitiva e perenne ai più forti, e poi ancora cuore, testa e gambe da scalatore (e solo quelli), sono cose che fanno un ciclista formidabile, romantico, protagonista, ma difficilmente campionissimo. Questo fu Claudio Chiappucci. Un vincente con pochi allori.

Al netto delle porcate, del doping e dei trucchetti, però, il ciclismo è soprattutto di quelli come El Diablo (il battesimo che gli dedicarono gli spagnoli). Che all’inizio di ogni salita si fanno posto davanti al gruppo, che sovvertono le strategie incendiando le tappe con scatti, attacchi, provocazioni, che sfidano i più forti sul terreno più bello. Che sfiancano e si sfiancano, che arrivano esausti, che sorridono.

Chiappucci era guascone, sfrontato, dispettoso, combattivo. Era capace di scatenare il finimondo non appena la strada saliva, era l’attrazione principale delle tappe di montagna, era il prescelto della Bicicletta per farsi adorare. Oltre il primo posto, le medaglie, le classifiche. Al Tour del 1990 fu capace di mettere dieci minuti tra lui e i favoriti in una fuga che rese epica quella tappa. Vestì la maglia gialla per otto giorni, difendendo il sempre più sottile vantaggio. Ma la penultima tappa fu una cronometro e si fece fregare da Greg Lemond. Ai mondiali del 1994 ad Agrigento fu Luc Leblanc a metterselo alle spalle proprio all’ultimo scatto, peraltro in salita, quando tutti aspettavano lui.

Davanti a Sciapusì (come lo battezzarono i francesi) ci fu sempre qualcuno: Lemond, Bugno, Leblanc, Chioccioli, Rominger e soprattutto Indurain. Vinse pochissimo, dimostrando comunque di essere un vincente. La condanna a “secondo”, a “quasi” campione, a semplice passista, hanno un retrogusto salato, di beffa, di sconfitta e lasciano un po’ di polvere tra le mani. Proprio Indurain mitizzò Chiappucci e se stesso, definendo “più belle” le sue vittorie grazie alla ostinata presenza dello scalatore di Uboldo. Gratificante. O perculante. La solita irriducibile antinomia, appunto.

D.S.

 

PHOTO CREDITS: wikipedia.org

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