L’intervista infame: Carlo Laudisa

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Carlo Laudisa mentre si annoia all’ultima sessione di calciomercato

 

Infamedipalla ha incontrato a Milano Carlo Laudisa, storica firma della Gazzetta della Sport. Per farlo sentire a casa l’intervista è stata realizzata a Santu Paulu, il bar che ha spostato di qualche chilometro il centro della città meneghina per la folta colonia di salentini (come lui), importando a Milano il pasticciotto, delizia imprescindibile per chi è nato e cresciuto nel tacco dello stivale.

Non solo, a scambiare quattro chiacchiere ci è andato Raffaele Pappadà, altro salentino e nostro infamedipalla da quelle parti. Nonostante la terribile distrazione del pasticciotto, è venuta fuori un’interessante analisi dell’ultima sessione del calciomercato, conclusa senza titoloni e colpi di scena. Che per uno con oltre trent’anni di esperienza nel giornalismo di mercato non deve essere stata esattamente una esperienza memorabile.

Carlo, ti sei annoiato?
Sicuramente, rispetto al passato. Anche perché con un campionato così equilibrato si pensava potesse essere un mercato con diversi sussulti. In realtà, solo Inter e Roma hanno movimentato le acque.

Come ti spieghi il fatto che il Napoli, primo in classifica e legittimo pretendente al titolo, abbia scelto di mantenere la squadra sostanzialmente intatta?
Il Napoli aveva un problema non da poco: una rosa non ancora sperimentata per una stagione così ad alto livello che andava allargata, ma con dei comprimari. Era quasi più difficile trovare qualcuno che si integrasse. Hanno cercato Maksimovic in difesa, ma il Torino ha resistito e Sarri ha optato per Regini. Lo conosce, è duttile e può imparare la lezione più in fretta di altri. Grassi, invece, è un investimento.

Napoli e Juventus comunque promosse nell’imperdibile pagellone che compili per la Gazzetta alla fine di ogni sessione.
Sì, ho tenuto in alta considerazione il mercato di entrambe. Evidentemente ci sono state delle mosse azzeccate, in prospettiva, per dare più forza ai loro progetti, senza spendere soldi a casaccio. Questo è il limite che hanno ancora Inter e Roma. L’Inter ha venduto bene Guarin, è vero, ma Eder è arrivato a fine mercato e sembrava potesse arrivare anche Soriano. Ma ci sono stati troppi cambi di direzione nelle scelte tecniche.

Il derby ha confermato che quello che manca a Mancini è un regista.
E’ evidente che il flop Kondogbia sta pesando sia sul fronte economico che su quello tecnico. L’Inter non aveva i denari per cercare un altro giocatore in grado di fare la differenza a centrocampo e poi si è sommato il problema della difficile convivenza tra Jovetic e Icardi e Mancini l’ha risolto prendendo Eder, sicuramente un giocatore importante, che però va a creare sovraffollamento in quel reparto. La Roma invece è partita con il piede giusto: El Shaarawy ha già fatto due gol, Perotti è partito bene, sembra che abbia già tratto beneficio dalla rivoluzione d’inverno.

A proposito di Kondogbia, già in estate si sapeva che l’Inter non aveva preso un regista: alla base c’è anche un equivoco tecnico-tattico?
In quel momento credo che per Mancini c’è stato un cambio di rotta: non cercava più quel centrocampista che lui aveva identificato in Yaya Touré e puntava su una crescita di Kondogbia nei panni del centrocampista universale. Se non un regista classico, pensava che potesse diventare un giocatore a tutto campo. Evidentemente questo non gli è riuscito e in questo fallimento, come può essere definito finora, ci sono sia ingredienti tecnici (si capiva dall’inizio che non sarebbe mai stato Pogba, non ha quel tipo di vocazione) e anche di ambientamento, con le difficoltà dell’allenatore di renderlo partecipe. Credo che l’Inter adesso stia pagando parecchio questo tipo di lacune anche con riferimento allo scarso feeling tra Icardi e Jovetic.

Allargando gli orizzonti al continente nessuna delle big ha movimentato grandi somme. Secondo te è una casualità o c’è una tendenza in questo mercato invernale?
Secondo me è una casualità, che si lega comunque a una costante riferita a questa finestra: a gennaio è difficile che un club si privi di un proprio talento. Ci sono stati tanti sondaggi andati a vuoto, chi deve salvarsi fatica a lasciar andare un suo giocatore.

Non ti chiedo di fare il cartomante, ma cosa ti aspetti in estate?
Troppo presto per fare nomi, ma credo che la pioggia di denari che arriverà dalla Premier League indurrà in tentazione qualcuna delle nostre stelle e questo comporterà dei cambiamenti, soprattutto per Juve e Napoli, che hanno i giocatori più importanti. E poi c’è da capire che fine farà Milano: se non torna in Champions League si prospetta un’estate di movimenti tellurici significativi.

Parliamo di te. C’è stato un momento, nel corso della tua carriera, in cui hai capito che il giornalismo di mercato era l’abito tagliato sulle tue misure?
Sinceramente sin dall’inizio al Quotidiano (Nuovo Quotidiano di Puglia, n.d.r.), a Lecce, ho fatto di tutto: nera, giudiziaria, poi calcio. Mi è sempre piaciuto molto occuparmi di cronaca e quella matrice mi ha portato in questo ambito che è il più vivace. Con tutte le sue esagerazioni e con tutte le sue mitizzazioni, rivendico il fatto che il cronista di mercato debba essere il più scrupoloso possibile e debba cercare di attenersi ai fatti, anche se si è sviluppata la moda dei rabdomanti dei sogni dei tifosi. E’ un’espressione negativa, che secondo me descrive l’errore nella vocazione: al pubblico interessa avere certezze e da questo punto di vista il mercato ha molte incognite e secondo me troppi personalismi.

Molti dei più grandi scoop degli ultimi anni hanno la tua firma: l’arrivo di Mourinho all’Inter, i ritorni di Balotelli e Mancini, tanto per citarne alcuni. Cosa c’è dietro questi “colpi”?
Non bisogna mollare mai, ogni giorno può succedere qualcosa. Non nascondo che negli anni ho avuto modo, seguendo anche la Lega, di seguire gli aspetti politici ed economici del calcio. Gazzetta, da questo punto di vista, negli ultimi dieci anni ha preso iniziative editoriali, secondo me, molto qualificanti. A partire dai tabelloni di fine mercato sempre più attenti ad individuare le cifre reali delle operazioni, ma anche l’inchiesta che facciamo annualmente sugli ingaggi: sono tutte cose che dimostrano come il nostro giornale cerchi di considerare il fenomeno calcio in tutti i suoi aspetti. Anche nel pagellone, oltre alla componente emotiva, c’è la considerazione di cessioni intelligenti e movimenti oculati. E’ un insieme così complicato che forse è meno affascinante, ma fondamentale: è bello dare la notizia prima degli altri, ma determinati risultati sono anche frutto della stima che conquisti, del lavoro dell’equipe che viene conosciuta e riconosciuta nell’ambiente calcistico e non solo.

Se dovessi scegliere lo scoop a cui sei più affezionato?
No, ho la memoria corta (ride, n.d.r.). Il segreto per fare questo mestiere al massimo per tanti anni è pensare che c’è sempre un nuovo scoop da dare e un nuovo giorno da affrontare con l’entusiasmo e la curiosità del primo. Vale come per i calciatori: quando ci si guarda alle spalle è finita.

Tuo figlio o nipote o un qualsiasi ragazzo ti chiede consigli per diventare un giornalista sportivo. Cosa rispondi?
Direi che è un mestiere che è diventato molto più difficile di quando ho iniziato io perché c’è molta più concorrenza e molte meno certezze, ma non mi riferisco solo agli aspetti retributivi. Il paradosso dell’era dell’informazione è che c’è troppa confusione. La gente è inondata di notizie e questo rappresenta, a mio modo di vedere, un rischio diseducativo anche per gli operatori. Senza voler enfatizzare il passato, prima c’era più attenzione per la verifica delle notizie, oggi con tempi molto più corti spesso si rischia di cadere in errore. Occorrono qualità fuori dalla norma per eccellere.

 

PHOTO CREDITS: www.gazzetta.it

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