L’insostenibile leggerezza dell’essere Clay

Clay Regazzoni

Clay Regazzoni, che “aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”

 

Gianclaudio Giuseppe Regazzoni, in arte Clay, era un pilota istintivo, aggressivo, con un cuore enorme, una propensione al rischio molto oltre la media e una competenza meccanica che solo chi è cresciuto nell’officina di famiglia può avere. Non era un fuoriclasse assoluto, ma di sicuro era un campione. Se non lo sei non vinci il titolo europeo di Formula 2 o non conquisti 5 Gran Premi iridati in Formula 1. Soprattutto, se non sei un campione non affascini Enzo Ferrari al punto da mollarsi e riprendersi come si fa solo tra innamorati.

Il Drake, appassionato di uomini prima che di piloti, gli mette in mano una 312 B nel 1970. Dopo un triennio lo lascia andare alla BRM, non si è mai capito se assecondando o subendo la scelta. Ma solo un anno più tardi gli riapre le porte di Maranello, dove Regazzoni porta in dote il giovanissimo e promettentissimo Niki Lauda, suo compagno in BRM. Che, proprio in quanto astro nascente, diventa in poco tempo il cavallo su cui puntare e accelera l’accantonamento del figliol prodigo.

Clay capì che i suoi giorni in Ferrari stavano scadendo quando Enzo Ferrari lo descrisse pubblicamente come “viveur, danseur, calciatore, tennista e, a tempo perso, pilota”. Per la stampa, che pendeva dalle labbra un po’ smorte del Drake, la sua immagine pubblica finì ben presto per offuscare il suo talento di pilota. In realtà, quel ritratto era molto più articolato di quello che passò sui giornali. Nel congedarlo dalla sua scuderia, Ferrari aggiunse: “Contattai l’intramontabile Clay, ospite d’onore ideale per le più disparate manifestazioni alla moda, grande risorsa dei rotocalchi femminili, già a fine 1969. L’anno dopo vinse un memorabile Gran Premio d’Italia a Monza. Poi si affinò, come stile e temperamento, che era fra i più audaci, fino a diventare un ottimo professionista. Gli avversari lo hanno sempre rispettato”. Ma bastò quell’attacco tagliente e un po’ acidulo per fare di Clay un pilota a tempo perso. E per costringerlo a vagare di scuderia in scuderia (Ensign, Shadow, Williams, ancora Ensign) fino al GP di Long Beach del 1980 e all’incidente che gli tranciò le gambe e la carriera.

Non deve essere stato facile, essere leggero come Clay. Avere una spiccata intelligenza sociale, una capacità empatica fuori dal normale, un’indole allo stesso tempo brillante e sorniona, goliardica e sarcastica. E una fortissima fascinazione per la dolce vita. Ma nello stesso tempo non essere baciato dal genio assoluto, quello che ti regala una wild card con cui la gente ti perdona tutto.

Una leggerezza innata in Clay, che prescindeva dal successo e dalla notorietà. Che lo faceva amare, ma anche un po’ guardare con sospetto. Tra un ballo in smoking con la Carrà nel varietà del sabato sera e un’occhiata ammiccante alle ragazze che circolavano nei box, era come se stesse dilapidando un talento che in realtà non aveva. Almeno, non nella misura che si pensava.

Una leggerezza, insomma, con cui Clay era perfettamente a suo agio, ma che era insostenibile per chi lo pensava come se fosse un George Best con il volante tra le mani. Senza capire che Clay non era un campione che si stava buttando via facendo la bella vita. Ma uno spirito libero che, incidentalmente, sapeva guidare come pochi una vettura di Formula 1.

Il nodo tra presunto genio e presunta sregolatezza verrà sciolto, bruscamente, dalla sedia a rotelle. Che metterà tra parentesi gli alti e bassi del pilota e in evidenza la forza d’animo e il cuore dell’uomo. Il rally sulle vetture con comandi al volante, l’impegno a sostegno della paraplegia, l’invenzione della FISAPS (Federazione Italiana Sportiva Patenti Speciali) nulla aggiungono a quello che Regazzoni era dall’inizio: un uomo appassionato, generoso, naturalmente ben disposto nei confronti della gente e della vita.

Uno che conquistò anche il suo più celebre compagno, Sua Scostanza Reale Niki Lauda, che di lui disse: “Pensando positivo e vivendo sempre fino in fondo tutte le esperienze, Clay Regazzoni mi ha insegnato ad amare la vita. Il gusto della vita l’ho imparato proprio da Clay, e dopo il mio incidente il suo insegnamento è stato ancora più prezioso. Perché se c’era un talento di Clay superiore agli altri questo era il suo pensare positivo”. Un tributo enorme, se detto da uno che ringraziò con un Rolex l’uomo che gli salvò la vita tra le fiamme.

G. M.

 

PHOTO CREDITS: http://richardsf1.com/2013/10/30/feature-f1s-top-10-taches/

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