Lettera a un Pupone mai cresciuto

Un Pupone è per sempre

Un Pupone è per sempre

 

Caro Pupone,

ho in mente questa lettera da un po’, ma anche gli infami hanno un cuore e non avevo proprio voglia di tirarla fuori in questo tuo mesto inizio di stagione. Così, ho aspettato il tuo gol numero 300 in maglia giallorossa. Gli applausi, i cori, i titoli e le celebrazioni.

Siamo quasi coetanei e mi sono sempre rigorosamente attenuto alla massima di David Trueba secondo cui “l’adolescenza finisce quando il tuo calciatore preferito ha meno anni di te”. Avendo voluto protrarre la mia il più possibile, ho iniziato a tenerti d’occhio in quel 28 marzo 1993 quando, poco più che sedicenne, esordisti in serie A per mano dello zio Boskov. Conosco bene la tua parabola. Il sor Carletto che ti aiuta a crescere, ti protegge da critiche e lodi e alla fine ti promuove titolare. Carlos Bianchi con cui ti prendi malissimo e che propone di cederti alla Samp, l’esonero e tu finalmente punto di partenza di un nuovo corso. Zeman, la maturazione fisica e mentale, l’esplosione e il numero 10, i gradi di Capitano.

E poi il millennium bug: Fabio Capello nella capitale, lo scudetto e la Ferilli desnuda. I 20 gol, il record nel mirino e quelli in saccoccia. L’era Spalletti, il falso nueve (e te credo, sei sempre stato 10), la Scarpa d’Oro e gli infortuni. Le Coppe Italia e i secondi posti, la Coppa del Mondo da titolare ma non da protagonista e il ritiro dalla Nazionale. Er proggetto de Luigi Enrico, gli ammericani e la rivalità con i Gobbi. Insomma, sei il migliore della tua generazione, oltre che il secondo marcatore della storia della serie A. Ma, in questi 22 anni di Roma, mi aspettavo di più da te. Mi aspettavo che crescessi.

Penso tu abbia sentito dire (giusto qualche volta) che “un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Ok, sul terzo aspetto stiamo coperti, copertissimi. Ma sul resto qualche domanda, Pupone mio, in tutti questi anni me l’hai fatta sorgere. Vogliamo parlare del tuo coraggio, France’? Inteso come capacità di esporsi e di prendere posizioni scomode e impopolari? Di essere, in una parola, leader? Ma leader vero, non capopopolo. In 17 anni con la fascia al braccio, quante volte ti sei esposto, hai difeso compagni e allenatori dagli umori della piazza? Quanto hai governato uno spogliatoio che a tratti è sembrato la Casa del Grande Fratello? Quante volte hai usato il tuo potere non per fare il megafono della tua gente, ma per orientarne le posizioni? Vogliamo parlare del derby del 2004, quello in cui ti facesti imporre da un capo ultras di non giocare? Per come interpreti il ruolo, sembri più un rappresentante d’istituto che un condottiero.

E sempre mancanza di coraggio è, a mio personalissimo giudizio, il restyling della tua immagine pubblica. Sono almeno cinque lustri che provi (e riesci) a edulcorare il personaggio Totti: ospitate tv, beneficenza, UNICEF, libri di barzellette, comparsate ai Cesaroni, doppiaggi dei Simpson. Ma non sarebbe stato meglio restare fedele alla tua natura? Che, diciamocelo, è quella di gladiatore un po’ bullo. Ti preferivo quando falciavi un Balotelli reo di aver scherzato un po’ troppo i tuoi compagni. O quando facevi il guappo con Tudor indicandogli di star zitto, prendere le quattro pappine e tornarsene a Torino. O quando agli Europei del 2004 condannavi Poulsen per i ripetuti falli ai tuoi danni e lo giustiziavi con uno sputo in faccia. Per poi, ahimè, chiedere scusa.

Avresti dovuto prendere spunto dal coraggio di Oriana Fallaci, l’unica a venirti in soccorso in quelle torride giornate portoghesi e che mi ha ispirato il titolo di questo post. Scrisse un corsivo che finì sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport: “Caro Totti, capisco le necessità professionali, ma io non avrei chiesto scusa a nessuno. Erano tre ore che quel danese la prendeva a gomitate, pedate, stincate. Pur non essendo una tifosa di calcio, guardavo ed ho visto tutto. Con sdegno. Unico dissenso: io avrei tirato un cazzotto nei denti e una ginocchiata non le dico dove. Stia bene, dunque, non si rimproveri ed abbia le più vive congratulazioni di Oriana Fallaci.” Ecco, saresti stato più credibile e coerente alla tua indole con un cazzotto nei denti, una ginocchiata nei coglioni e senza delle scuse postume e posticce.

E vogliamo parlare del tuo altruismo, France’? Non in senso tecnico, perché sei uno dei migliori assist man della storia del calcio italiano. Ma quante prime punte hai bruciato negli ultimi anni, con la tua presenza ingombrante? Solo per citarne alcuni: Vucinic, Toni, Menez, Adriano, Borriello, Osvaldo, Bojan, Destro, Doumbia. Certo, nessuno era un fenomeno e alcuni erano scarsi. Ma hai condannato la tua dirigenza alla ricerca senza fine di una figura che non ti stesse davanti, ma accanto. Hai realizzato di aver fatto sprecare un sacco di risorse e di tempo, nella via per la tua successione? E che mentre non ti opponevi esplicitamente ma non facilitavi neanche un ricambio generazionale dolce, ti offrivi a una deposizione brusca per mano di uno spilungone bosniaco?

Dopo tutti questi anni, devo ringraziarti per i tuoi colpi improvvisi, geniali, deliziosi e stranenti. E per avermi spiegato in maniera così precisa la differenza tra avere carattere e avere personalità. Per questo, nel salutarti, ti riservo la schiettezza che si deve a un riferimento della propria generazione.

“Totti non si discute, si ama”, dicono i tuoi tifosi da vent’anni a questa parte. Ma se ti fossi fatto discutere un po’ di più e amare un po’ di meno, saresti stato meno idolatrato dai tuoi e più rispettato dagli altri. Forse meno simpatico, sicuramente più vincente. Se non lo sei stato, forse è colpa della Juventus, degli arbitri e der sistema. Forse di una squadra e di una tifoseria con cui è difficilissimo vincere. Ma forse è pure un po’ colpa tua, e della tua incapacità di governarle davvero.

G. M.

 

PHOTO CREDITS: http://www.ilgiornale.it/news/sport/pupone-gladiatore-ventanni-roma-900306.html

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