I nuovi miserabili: i raccattapalle

Un raccattapalle durante i Monte-Carlo ATP Masters Series Tournament (JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images)

Tutta la gioia di un raccattapalle

 

Il mondo è pieno di mestieri del piffero: alienanti, duri, gretti. Permettetemi di inserire in questo triste novero anche quello del (il nome già basta a umiliarlo) raccattapalle. Con tutto il rispetto per le fatiche e le amarezze quotidiane del minatore, del casellante e del conducente di un autospurgo, la posizione di chi è tenuto a inseguire palle e palline fuori dai perimetri di gioco è davvero miserabile.

Prendete i raccattapalle del calcio. A fronte del privilegio non irrilevante (soprattutto a quattordici/quindici anni) di assistere alla partita a pochi centimetri dai propri idoli, percependone distintamente persino il respiro, sono costretti a eseguire a regola d’arte la più scimunita delle mansioni, cioè non perdere mai di vista il pallone, recuperarlo in fretta e rimetterlo a disposizione. Accade purtroppo che si facciano trovare impreparati, che sfugga loro la sfera dalle mani, che la rilancino nel peggiore dei modi e in tutti questi casi che si becchino qualche accidente dagli infallibili campioni. Non è il caso di approfondire la miseria di quei raccattapalle che non hanno la fortuna di stare nei grandi palcoscenici e che “esercitano” in categorie infime, in provincia, costretti in tenera età alla sceneggiata maliziosa di una gestione del pallone subordinata al risultato della partita. Quando nell’arco dei novanta minuti possono essere prima pigri, imbolsiti e maldestri e poi svegli, agilissimi e perfetti e poi di nuovo pigri, imbolsiti e maldestri. In certi campi turpi della Campania ho visto sparire dozzine di giovanissimi raccattapalle dopo il vantaggio della squadra di casa e poi magicamente ricomparire dopo il pareggio degli ospiti. Prima e dopo, complici delle manfrine dei grandi. Da grandi il loro triste destino li vedrà chiedere una raccomandazione, saltare la fila all’ufficio postale ed evasori del canone Rai.

Ma non dimentico nemmeno i raccattapalle del tennis, in particolare quelli dei tornei del Grande Slam. Più dignitosi nel look certo, con la t-shirt a posto, pulita e stirata invece di una pettorina fosforescente più lunga di loro. Penso che, in fondo, siano molto fortunati a stare lì, a due metri dal polso fatato di Federer e dal culo della Ivanova, ma fanno una formazione massacrante, finalizzata a renderli degli automi. Non è contemplata la possibilità che sbaglino, che siano sovrappensiero, che lancino la pallina al tennista con una traiettoria storta (oppure corta, lunga), che scelgano il rimbalzo invece che il rasoterra o viceversa. Anzi, sono chiamati anche a porgere una bibita o l’asciugamano durante le pause, con fare da ancella e con la solita proverbiale impeccabilità. Se inciampano, se starnutiscono, se si beccano una pallina in piena fronte, finiscono su Youtube e fanno il giro del mondo. All’ultimo torneo di Wimbledon uno come Novak Djokovic (il numero 1 al mondo, eh…), dopo un errore, ha perso la calma e ha urlato e gesticolato come un ossesso a un ball boy – in realtà, era una ragazza – per avere un asciugamano, provocandole una crisi emotiva a qualche lacrima. Che stronzo. Come se questi ragazzi, ricchi e annoiati, figli di famiglie benestanti e non di rado di coppie separate, apprendisti tennisti per il diletto di qualche padre, non avessero già una vita complicata*.

I raccattapalle sono così, soli, infelici, traviati e maltrattati. E, soprattutto, costretti a sognare. Da grandi, uno su mille sarà passato al di là della linea bianca del rettangolo e tutti gli altri saranno diventati altro. La loro militanza a bordo campo diventerà un pallido ricordo e un ricordo pallido, da raccontare ai figli, magari raccattapalle anche loro. Chi cazzo glielo fa fare?

D.S.

 

* Vabbè, è una generalizzazione un po’ debole e certamente infame, ma qui – non rompete – serve alla trama.

 

PHOTO CREDITS: http://www.ilpost.it/2015/09/09/raccattapalle-adulti-us-open/tennis-atp-mon-2/

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