L’intervista infame: Antonello Riva

Antonello Riva, monumento in movimento

Antonello Riva, monumento in movimento

 

Avete mai parlato con un monumento, voi? No, se lo avete fatto in piazza durante una sbornia particolarmente molesta non vale. Diciamo un monumento in carne ed ossa. Uno, per esempio, che ha scritto la storia del vostro sport preferito. Uno che detiene tutt’ora il record di punti segnati in serie A (14.397) e in nazionale (3.785), uno che ha vinto un oro e un argento europei, uno scudetto e quasi una decina di coppe internazionali. Insomma, uno come Antonello Riva.

Scambiare due chiacchiere con un tale campione espone alla fortissima la tentazione di abbandonarsi ad un lungo amarcord sul basket che è stato. Tuttavia, ci è sembrato molto più interessante provare a capire che basket è, oltre a immaginare che basket sarà. Perchè, per inciso, il monumento in questione è stato anche direttore sportivo e general manager a Caserta, Roma, Veroli e Barcellona Pozzo di Gotto.

Sull’onda emotiva delle finali scudetto, e con l’adrenalina a palla per un Europeo che non abbiamo capito se e quanto prometta bene per i nostri colori, abbiamo provato a rivolgergli qualche domanda un po’ scomoda su Serie A e Nazionale. Partendo da una osservazione banale: Sassari e Reggio Emilia hanno tracciato due linee guida molto diverse per il futuro del nostro movimento. Una può diventare un esempio tecnico, l’altra un riferimento societario.

D: L’atto finale dell’ultima serie A è stato uno spettacolo senza precedenti tra due città che vivono di basket. Ma c’è da sperare che succeda spesso, o è meglio augurarsi che il centro di gravità si sposti nelle metropoli un pò distratte?
R: Hai ragione, l’ultima finale è stata un vero e prezioso spot per il nostro movimento. Sappiamo comunque il seguito che viene generato sui media quando in campo ci sono le grandi metropoli, Milano e Roma in primis. Quindi, anche se le piazze minori stanno suscitando grande seguito, dobbiamo sperare che Milano possa tornare ad essere almeno una delle squadre finaliste.

D: Parliamo dei Campioni d’Italia: fino a un paio di stagioni fa si dubitava che il basket di Sacchetti potesse portare ad alzare anche solo un trofeo. Poi la Dinamo ha vinto Supercoppa, Coppa Italia e Scudetto. Cosa pensi del modo in cui Meo imposta e gestisce le sue squadre?
R: Sacchetti sta dimostrando con i risultati e non con le parole come il suo basket sia altamente redditizio. Possiamo solo fare i complimenti a questo suo modo di far giocare le squadre anche se ad alcuni può piacere e ad altri meno.

D: Sassari ci insegna che, in un mercato sempre più globale, se una società non si struttura con una rete di osservatori capillare, competente e fedele diventa ostaggio dei procuratori. Sbaglio?
R: Non sbagli: la cosa migliore è avere all’interno della squadra un responsabile dello scout che segua tutti i campionati europei ma soprattutto il campionato universitario americano.

D: Nelle tue esperienze di manager ti sarai trovato a dover gestire roster affollati di stranieri di passaggio e italiani di contorno. Quanto è difficile, oggi, il ruolo del direttore sportivo?
R: Purtroppo il problema più grosso che devono affrontare i dirigenti di oggi è legato non tanto all’aspetto tecnico quanto a quello economico-finanziario. Non sarebbe un grosso problema far coesistere sul campo giocatori provenienti dai scuole diverse.

D: Passiamo all’altra finalista. La Pallacanestro Reggiana è arrivata ad un possesso dal Tricolore con tanti italiani in campo, un progetto che punta sul settore giovanile e un coach cresciuto in casa. Secondo te quale è il segreto del loro successo?
R: Il messaggio della Pallacanestro Reggiana è forte e chiaro. Puntiamo sulle nostre forze e sul nostro settore giovanile. È necessaria una grande organizzazione. Quindi grandi complimenti a questa società che è arrivata così in alto puntando tanto sul proprio lavoro.

D: Ma quanto si può realmente programmare, nella pallacanestro italiana di oggi? Quanto un GM può incidere sulla struttura societaria e sulle scelte di medio-lungo periodo?
R: Nella tua domanda c’è già la risposta. Il risultato immediato è l’unico problema che va risolto. Ai presidenti non interessa assolutamente avere un programma di lungo respiro. L’importante è vincere subito.

D: Però è anche vero che un movimento così malandato ha comunque prodotto la migliore Nazionale da molti anni a questa parte. Come te lo spieghi? Un puro caso o la necessità di competere con gli stranieri (in Italia o all’estero) alla fine fa bene ai nostri?
R: Il fatto di avere una Nazionale così competitiva è una coincidenza. Sempre meno coach e sempre meno società lavorano sui giovani. Se continuiamo così rischieremo di non avere più giocatori per la nostra Nazionale. Anche se va detto che la competizione porta sempre ad avere buoni risultati.

D: A proposito, tra gli italiani chi ti piace? E c’è qualcuno in cui ti rivedi, almeno un po’?
R: In Italia in questo momento abbiamo davvero tanti giocatori di alto livello. Mi rivedo molto nel modo di guardare il canestro di due giocatori in particolare: Pietro Aradori e Alessandro Gentile.

D: Domanda d’obbligo: pronostico per gli Europei? Dove possiamo arrivare?
R: Il girone è molto difficile, dipenderà tantissimo da come giocheremo la prima partita contro la Turchia. Penso che determinerà veramente forse più dell’80% del nostro cammino.

D: Oggi fai il manager per un’azienda tedesca leader nella commercializzazione di prodotti legati al benessere e alla forma fisica, con eccellenti risultati. Escludi di tornare, un giorno, nel mondo della palla a spicchi?
R: Mai dire mai. Ma in questo momento vedo veramente molto difficoltosa la strada che porta al mio ritorno nella pallacanestro. La soddisfazione e i risultati che sto ottenendo con questa attività sono troppo alti e rispecchiano ciò che ho sempre ricercato in tutta la mia vita.

Una voce ferma, decisa, il giusto critica e disincantata. Una voce che ci è piaciuto ascoltare, perchè se (come dice l’hashtag ufficiale della Serie A pallonara) #IlCalcioèDiChiLoAma, figuriamoci il basket. Che mal sopporta le infatuazioni estemporanee e ricambia solo chi dimostra passione, competenza e amore per il Gioco. Proprio come Antonello Riva, uno che la scorsa stagione, a 52 anni suonati, si è fatto qualche partita in Promozione con il Leopandrillo Cantù. E che all’esordio, a 10 anni esatti dal suo ritiro, ne ha messi 23.

G.M.

PHOTO CREDITS: http://www.gazzetta.it/Basket/23-09-2014/basket-riva-intervista-90542816709.shtml

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