Un post-it di nome Berruto

Berutto, nessuna sfumatura di grigio

Berruto, nessuna sfumatura di grigio

 

Avviso ai lettori: questo NON è l’ennesimo pezzo piuttosto retorico sulle dimissioni di Berruto. Questo pezzo non è scritto per voi, questo pezzo è scritto per me: non è un post, è un post-it appiccicato sul frigo della mia cucina virtuale come un memento.

Di pallavolo capisco notoriamente quanto Ricky Martin di figa, ma questo non mi ha impedito di appassionarmi alla vicenda di Mauro Berruto. Il CT della Nazionale Italiana Maschile di Volley si è dimesso poco più di una settimana fa, dopo quasi cinque anni, 135 panchine, due argenti europei e un bronzo olimpico (tutti nel primo triennio). Ha lasciato dopo la deludente World League di Rio de Janeiro e ad un mese dalla World Cup in Giappone.

Se ne è andato chiudendosi alle spalle la porta di uno spogliatoio diventato una polveriera. Il movimento, e probabilmente parte della squadra, non gli ha perdonato di aver vinto poco nonostante un organico molto competitivo. Lui probabilmente non si è perdonato di aver fallito la sua missione etica, fondata su educazione e rispetto della maglia azzurra. Una missione etica portata alle estreme conseguenze, con la scelta senza precedenti di rimpatriare quattro giocatori (Zaystev, Travica, Sabbi e Randazzo) che avevano infranto le regole del ritiro in Brasile.

Nel commiato affidato al suo blog ha parlato di venir meno del vincolo di fiducia, condizione necessaria per svolgere il ruolo di allenatore a qualsiasi livello. E fin qui, niente che si discosti da un generatore automatico on line di discorsi per allenatori dimissionari. Andandosene, però, ha anche dato evidenza ad un paio di aspetti che mi hanno colpito. Ad esempio, copio e incollo dal suo blog: “Il dolore di rinunciare al mio ruolo di ct a un mese dell’obiettivo verso il quale tutto il mio lavoro era stato indirizzato nel quadriennio olimpico, non è negoziabile rispetto alla difesa di valori che ritengo fondamentali quali il rispetto delle regole e della maglia azzurra”.

Ribadisco, io di pallavolo capisco zero. E voglio tenermi distante dal merito dei fatti. Potrebbe avere ragione chi parla e scrive di incapacità di gestire, tecnicamente e umanamente, un gruppo talentuoso. Ma questo aspetto della questione non mi interessa quanto il trade off tra il rispetto dei valori fondamentali e il ricorso al compromesso in funzione del risultato. Evidentemente un dilemma per molti (Mister Prandelli, se ti stanno fischiando le orecchie sappi che NON è otite). Ma non per Berruto, che scrive: “Il coro di chi ha letto nella mia decisione incapacità di gestione, inadeguatezza al ruolo, danno economico o addirittura causa scatenante di una brutta immagine per il nostro movimento mi fa pensare che il rispetto delle regole sia diventato merce negoziabile davvero”.

Non sono un trasgressivo, non ho mai disubbidito, contesto pochissimo. Per convinzione, certo. Ma anche, un pò, per un’indole pacifica e accomodante. Un’indole che mi fa vivere male le poche, pochissime infrazioni che mi capita di fare in un Paese che depenalizza anche l’indepenalizzabile. Leggendo Berruto ho capito da dove derivi quel nervosismo che mi assale quando lascio l’auto in divieto, anche se so che non passeranno i vigili. O quando non esigo la fattura all’artigiano, anche se so che non incorrerò in nessuna sanzione. O la volta che ho cercato un conoscente che mi consentisse di saltare la fila per un esame medico, concentrandomi sul mio stato di bisogno e facendo finta di dimenticare quello altrui.

“Mi piacerebbe che Francesco e Beatrice (i figli di Berruto, ndr) crescessero con l’idea che rispettare le regole e le persone è talmente bello da essere rilassante” sostiene quest’uomo che a sentire lui non piega mai la schiena, e a sentire i suoi detrattori è affetto da celodurismo e da incapacità relazionali. Magari Berruto è entrambe le cose. Io, nel dubbio, il cappello me lo tolgo.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://www.mauroberruto.com/

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