I brutti ceffi della Coppa America

cavani_jara

“Terzo tempo” e terzo dito alla fine di Cile-Uruguay

 

Capita quasi subito, guardando una qualunque partita della Coppa America, che ci si senta fortunati a non trovarsi in quel momento su quel campo. O, se proprio servisse scegliere, di preferire, senza dubbi alcuni, la più comoda sciagura di incappare al centro della battaglia tra due eserciti che si odiano.

Perché, al netto di una discreta europeizzazione dei costumi, dello stile e persino degli aspetti tecnici del calcio sudamericano negli ultimi decenni, la Coppa America resta ancora il teatro di sfide di autentici pirati, masnadieri, briganti infami e rabbiosi. Facce da sandinisti, narcos e tupamaros. Dopo secoli, questa teppa di farabutti del pallone è ancora convinta di dover respingere i dannati conquistadores del Vecchio Continente. E il rettangolo verde sembra aver sostituito le rigogliose e vergini terre scovate dagli esploratori e difese orgogliosamente da Inca, Maya, Chachapoyas. L’elemento rappresentato dall’agonismo e dalla cattiveria e da una interpretazione machiavellica del gioco – spesso distillati in provocazioni, sguardi fumanti, minacce – è ancora probabilmente quello decisivo, in grado di scardinare e compromettere il gioco dei valori puramente tecnici. Non è un caso che le due squadre tradizionalmente più forti, Brasile e Argentina, quelle con i giocatori più importanti e il blasone più illustre, abbiano lasciato all’Uruguay il primato nell’albo d’oro del torneo (15 titoli) e soprattutto abbiano sempre fatto vedere il proprio meglio in altre competizioni. Cioè, in contesti in cui la garra conta, ma non quanto tecnica e organizzazione. Per fare un esempio (molto significativo), le cose più belle Pelè e Maradona le hanno fatte vedere ai Mondiali e assai meno alla Copa.

Così, questi duelli corpo a corpo tra brutti ceffi, tra i Ramirez, Escobar, Perez, Gutierrez, Gonzalez, Morales, Pereira e Diaz di ogni sorta, rendono corride tremende le partite del campionato delle nazionali del Sud America. E’ l’originario spirito anticolonialista a scendere in campo, ormai travisato e riutilizzato nella rivalità tra stesse genti sudamericane. Gentaglia, insomma, con i capelli rasati sulle orecchie e lunghi sulla nuca, con i tratti infinitamente latini, con i tatuaggi di santi, idoli, guerrieri, con l’aria di chi – fino alla morte – deve salvare la dignità del proprio popolo con un gol o una parata, con nessunissimo pudore per dita nel culo, esultanze colorite e sceneggiate calunniose. Plebaglia che in questa pittoresca opera pallonara dimentica (anzi, ripudia il fatto) di vivere tutto l’anno dall’altra parte del mondo, magari nei salottieri stadi londinesi o tedeschi, nelle placide e ricche periferie delle metropoli europee. Perché alla Copa si lotta con il coltello tra i denti e non esistono squadre senza carattere e senza ostinazione. Perché l’offesa alle civiltà precolombiane è storia e pazienza se i secoli hanno annacquato tutto, mischiato, riparato. Perché l’onore dell’Albiceleste, della Roja, della Celeste o della Tricolor si difende e basta. Patria o muerte.

D. S.

 

PHOTO CREDITS: http://www.magicajuve.org/jara-mette-un-dito-nel-sedere-e-cavani-viene-espulso-video/

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