Il mio scudetto è figlio unico

osvaldo_bagnoli

Bagnoli festeggia il suo figlio unico

 

Oggi sono trent’anni tondi tondi che la provincia italiana attende lo scudetto del pallone. E francamente chissà quanto tempo dovrà passare ancora perché quel triangolino tricolore finisca di nuovo in qualche orgogliosa bacheca di periferia. A metà degli anni Ottanta era possibile sorprendere i giganti con il coraggio, la programmazione e la bravura degli interpreti. Insomma, erano ancora possibili favole meravigliose e praticamente irripetibili come quella del Verona di Osvaldo Bagnoli.

Così, il primo campionato italiano di Diego Armando Maradona (e di Socrates, Junior, Rumenigge) diventò a sorpresa la passerella degli scalmanati ragazzacci in gialloblù. Furono probabilmente Briegel e Elkjaer a trasformare una buona squadra in una in grado di soffiare il titolo a tutti. L’insuperabile senso pratico di uno degli ultimi eredi del catenaccio – Osvaldo da Milano (anzi, Bovisa) – diventò la prerogativa saliente di un complesso praticamente perfetto: centrocampo aggressivo, fasce sfruttate al massimo possibile, verticalizzazioni e soprattutto contropiede. Ma c’erano anche un po’ di fuorigioco e talvolta la marcatura a zona. Insomma, catenaccio, ma non integralista. Mentre sull’Italia e sul mondo stava per abbattersi la rivoluzione sacchiana, quel Verona fu probabilmente una delle ultime squadre a vincere schierando il libero dietro tutti gli altri difensori. Bagnoli era figlio della vecchia tradizione italica, secondo cui gli uomini vengono prima degli schemi e quindi vanno messi dove funzionano al meglio (e soprattutto sono sempre gli stessi undici o quasi). Ma era anche un formidabile motivatore e un tecnico che amava parlare molto con i suoi giocatori. Gianni Brera, uno che ne capiva parecchio e che ne scriveva ancora meglio, individuò in Fanna, Galderisi, Garella, Briegel e Elkjaer gli elementi decisivi di quella squadra e in Tricella e Di Gennaro esemplari complementi tecnici e tattici. Lo stato di grazia durò dall’inizio alla fine del torneo e nessuno riuscì a impensierire seriamente una formazione che paradossalmente era composta da un buon numero di scarti, fiori semi-appassiti (Fanna, ad esempio, era stato scaricato dalla Juventus) che il maestro Bagnoli innaffiò di energia, stimoli e naturalmente di giuste istruzioni su cosa fare in campo, quando e perché. Una esperienza molto particolare e per questo unica.

Ciclicamente il miracolo viene celebrato, con il solito velo di malinconia. Al quale, in verità, nemmeno noi ci siamo sottratti. E’ che stiamo diventando vecchi e le storie di quando eravamo bambini ci affascinano da morire. Perché oggi uno che corre con i calzettoni abbassati alle caviglie (come Briegel) non c’è. Perché oggi uno corpulento che para quasi soltanto con i piedi (come Garella) non c’è. Perché oggi uno che fuma mezza sigaretta all’intervallo (Elkjaer) non c’è. Perché oggi il concetto di “undici titolare” è come quella foto ingiallita che trovi nella cassapanca della nonna. Il Verona del 1985 è un arrugginito generatore di Polaroid e di tristezza, ma funziona ancora.

Quel tricolore è figlio unico e resterà a lungo tale. E allora… buon compleanno scudetto di provincia!

D.S.

 

PHOTO CREDITS:

http://www.tgcom24.mediaset.it/sport/speciale-amarcord/verona-30-anni-fa-un-trionfo-storico_2110567-201502a.shtml

 

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