Vincere sporco

L'impeccabile stile di Brad Gilbert (anche fuori dal campo)

L’impeccabile stile di Brad Gilbert (anche fuori dal campo)

 

“Gioca come se avessero dato una racchetta a un uomo delle caverne”, disse di lui uno spettatore durante un torneo a San Francisco. Senza un servizio adeguato, con un rovescio mediocre e un diritto appena decente arrivò fino al quarto posto del ranking ATP nel 1990. Battendo sistematicamente avversari più forti di lui e vincendo cinque milioni di dollari di montepremi con la “mental warfare”, la guerra dei trucchi. Il nome del cavernicolo in questione è Brad Gilbert. Per dirla con Andrea Scanzi, “un McEnroe col talento di Bottazzi”.

Probabilmente Gilbert non ha presente uno dei due termini di paragone, commentatore di SKY che la leggenda narra abbia avuto un exploit di di qualche ora da n. 133 del mondo nel 1985. Di sicuro conosce, e molto bene, l’altro. Che non perdeva occasione per batterlo e per maltrattarlo. Come quando dichiarò alla stampa: “Non ho una grande opinione di Brad Gilbert”. O come quando gli urlò in faccia, durante un incontro: “Non ti meriti di giocare sul mio stesso campo”. Si incontrarono quindici volte, e il cavernicolo riuscì a spuntarla una sola volta, quella in cui lo sfidò sul suo terreno: i nervi.

Fu nel 1986, agli ottavi del Masters e Gilbert vinse con il controllo emotivo e tecnico del match. In pratica fece il McEnroe mandando fuori di testa quello vero, che iniziò prendendosela con racchetta e palline, e proseguì inveendo contro l’arbitro, il suo avversario, se stesso, il tennis in genere e infine il mondo intero. Raggiunse il culmine della rabbia al cambio campo in cui urlò: “Ma che ci faccio io qui?”. Da quel pomeriggio in poi, Gilbert canonizzò la sua già spiccata propensione al gioco sporco, quello che imparò a sue spese da Ivan Lendl e rese metodo sotto il nome di “turtle time”, tempo della tartaruga. Una strategia per mettere pressione all’avversario e farlo rinunciare alla tecnica e alla tattica. Basandosi sulle interruzioni continue del gioco, sulle richieste assurde all’arbitro, sul mostrarsi infastidito per inesistenti flash del pubblico, sul fare quindici palleggi prima di battere e contemporaneamente lamentarsi perché l’avversario ritarda i tempi di battuta, dilatandoli di fatto ulteriormente. In una parola, sullo stancare mentalmente l’avversario spezzandogli il ritmo, soprattutto quando le cose gli vanno bene.

Tutto questo nel 1993 è diventato “Winning ugly”, un best seller da 200 mila copie negli States. Vincere sporco però non è solo provocazione e mestiere, ma anche studio delle debolezze dell’avversario e attenzione maniacale ai dettagli, prima e durante il match. E soprattutto, al contrario di quanto si possa pensare, lavoro su se stessi. Perché per vincere bisogna credere nei propri colpi. Perché si perde quando il rapporto con i propri colpi è minato dal dubbio, quando la tensione diventa travolgente. Si vince quando si impara a scacciare la tensione o a rivoltarla contro chi ti sta davanti.

Con queste premesse era facile prevedere che Brad Gilbert diventasse un coach, il migliore della storia a detta di Andre Agassi. Lo conquistò con una frase: “Ho vinto un sacco di partite che avrei dovuto perdere. Tu hai perso un sacco di partite che avresti dovuto vincere”. Con lui il Kid di Las Vegas vinse sei degli otto slam in carriera, tornando al n. 1 in età matura. “Brad mi ha insegnato come si gioca una partita a tennis”, dirà a chiusura del loro rapporto. In seguito Gilbert renderà Andy Roddick n.1 del ranking e svezzerà Andy Murray, portandolo giovanissimo nella top ten. Ha migliorato il loro tennis? Più che altro “ho permesso loro di vincere di più”. Parola di Brad Gilbert, il cavernicolo.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://tennisnet.com/de/herren/atp/4628954/Brad-Gilbert_Das-HawkEye-ist-die-grosste-Erfindung-im-Tennissport?country=0

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