Codino e peperoncino

 

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Roberto Baggio si allontana contrariato (per il divieto del peperoncino)

 

Il motivo per cui Roberto Baggio finiva per litigare con quasi tutti gli allenatori resta un mistero affascinante. Da una parte lui, mite, introverso, persino puntualmente incapace di affermarsi come leader degli spogliatoi in cui è stato. Dall’altra una falange di marpioni della panchina abituati a gestire nomi ingombranti e campioni di livello assoluto. Eppure Codino, genio a parte, diventava scomodo e ogni volta si guadagnava un posticino di rilievo sulle palle dei suoi tecnici. E loro sulle sue.

A Firenze Eriksson vedeva in Baggio un tornante di fascia e Baggio vedeva in Eriksson un coglione. Litigarono e lo svedese senza lobi alle orecchie tentò di mandarlo in prestito al Cesena. Nell’under 21 Cesarone Maldini fece giusto in tempo a convocarlo una volta e lasciarlo seccare in panchina, non proprio una cosa da far impazzire di gioia. Il celebre fischio del Trap andò in tilt prima alla Juve e poi in Nazionale. Lo voleva più partecipe della fase difensiva, ma, all’epoca, nel Rotary dei numeri dieci (e Roby sapeva di farne parte), dare una mano ai mediani era una cosa orripilante. Con Lippi andò anche peggio. Se nel periodo juventino si sopportarono, all’Inter evitarono di farlo. All’arrivo a Milano, l’allenatore viareggino promise a Baggio una maglia da titolare, salvo poi tenerlo di fatto come sesta scelta dell’attacco. In mezzo ci furono la richiesta al giocatore di fare la spia nello spogliatoio, i rimbrotti a Vieri e Panucci che applaudirono un lancio di Baggio in allenamento, persino il divieto di usare il peperoncino sull’insalata. Questi particolari arrivano a noi dall’autobiografia del fantasista, che servì poi a Lippi per querelarlo. Capello al Milan, dopo averlo costretto a condividere con Savicevic i panni celestiali del dieci (il numero sulla maglia restò a Dejan e lui ripiegò sul diciotto), aspettò di andarsene per dire che a Milanello Baggio non lo sopportava nessuno. Ancelotti a Parma lo bloccò al casello autostradale dopo che Tanzi aveva concluso l’acquisto. Con Ulivieri a Bologna bisticciò per la famosa esclusione nella partita con la Juve, ma anche in tante altre occasioni. Il tecnico, di fatto, fece il pendolare con l’ufficio di Gazzoni per presentare e poi ritirare le dimissioni, complice ogni volta Baggio. Con Arrigo Sacchi siamo nel terreno della leggenda. Ai mondiali americani, l’ortodosso della zona lo richiamò in panchina dopo l’espulsione di Pagliuca nella gara con la Norvegia. Il “ma questo è matto” fece il giro del mondo.

Detta così, Baggio sembra un rompicoglioni professionista e gli allenatori una cricca di funzionari di Equitalia schierati contro un evasore da strapazzo. Ma non è vero. Mazzone diceva che era troppo bravo e a certi allenatori importanti e narcisi sfilava il palcoscenico da sotto i piedi. Sor Carletto sul tema non è neutrale, ma è difficile dargli torto. Più realisticamente il Codino ebbe la sventura di giocare nell’era in cui il Milan degli olandesi aveva appena imposto urbi et orbi il 4-4-2, in cui i vecchi fantasisti o facevano la punta oppure il tornante di fascia. Oppure, ancora più spesso, l’abbonamento alla panchina. Quelli come lui, a quei tempi, si riciclarono in altri ruoli o sparirono. Al costo di sembrare uno sfuggito ai decenni precedenti, un giapponese che pensa ancora di fare la guerra dalla parte dell’esercito (sconfitto) dei fantasisti puri, un romantico ai tempi dell’Illuminismo, un vecchio direttore con la bacchetta in un’orchestra di strumenti elettronici, Roberto Baggio restò Roberto Baggio. Quello della fascia Soka Gakkai al braccio, delle ginocchia martoriate, delle serpentine. L’unico capace di far ballare contemporaneamente e con deliziosa armonia il pallone, i difensori, una postilla di capelli sulla schiena. E il peperoncino sull’insalata.

D. S.

 

PHOTO CREDITS: http://www.termometropolitico.it/118918_dieci-anni-dalladdio-baggio.html

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