Metta World Peace: uno, nessuno, centomila

Metta World Peace durante il riscaldamento pre-gara

Metta World Peace durante il riscaldamento pre-gara

 

Raccontare questa storia non è affatto facile, perché è una storia lunga e controversa. Ma la difficoltà è già iniziale: non sappiamo bene come chiamare il protagonista. Che, al culmine di un asserito processo di redenzione, decide di cambiare nome e cognome, scegliendone uno che è eccentrico quanto profondo. E che poi progetta di cambiare ancora, pensandone uno talmente tanto bizzarro da sembrare il nome d’arte di un clown.

Oltre ad avere tre nomi, il protagonista di questa storia ha almeno tre personalità. C’è il giocatore buono, quello con un talento e una conoscenza del gioco da assoluta star NBA. C’è il giocatore cattivo, quello che difende solitamente in modo super aggressivo, spesso duro, ma talvolta violento, condizionando la carriera del giocatore buono. E c’è il giocatore pittoresco, che ha oscurato e fatto perdere reputazione (ma guadagnare fama) agli altri due. Questa è la storia del fu Ron Artest, ora Metta World Peace, a breve, o forse non più, chi lo sa, Panda’s friend.

Ron Artest nasce nel 1979 nel Queens, non esattamente un quartiere residenziale di New York, figlio di un marine ex pugile con problemi di alcolismo, stranamente ben presto abbandonato dalla moglie che picchiava abitualmente. Altrettanto stranamente, il piccolo Ron dimostra subito una certa propensione alla violenza da marciapiede. Durante una rissa, un suo amico muore pugnalato alla schiena da una gamba rotta e scheggiata di un tavolo di legno. Ron si salva ma, a otto anni, finisce dritto dritto davanti a psicologo e assistente sociale. Gli impongono uno sport di squadra che lo aiuti a socializzare e che incanali la sua energia verso qualcosa di positivo. Fortunatamente non optano per il baseball (ve lo immaginate il nostro con una mazza in mano?), ed è così che inizia la sua ascesa nel mondo della palla a spicchi.

Negli anni di liceo e college si consacra come prospetto NBA tanto che, quando nel 1999 si dichiara eleggibile per il draft, molti addetti ai lavori pronosticano venga scelto tra i primi dieci. Peccato che le sue quotazioni crollino quando non si presenta a un importante meeting per matricole perché non si sveglia in tempo dopo una notte passata con una prostituta. L’investimento e il relativo rischio, alla fine, se lo accollano i Chicago Bulls in piena ricostruzione post Jordan. Pronti-via, diventa un idolo dei tifosi anche al di là di cifre di tutto rispetto (12 punti medi nella stagione di esordio). Come mai? Perché gioca una pallacanestro tostissima su entrambi i lati del campo, al punto che quando MJ decide per il suo secondo ritorno, pretende che sia Ron a difenderlo in allenamento e lui quasi gli rompe due costole in uno scontro di gioco. Perché gira voce che tra primo e secondo tempo beva cognac negli spogliatoi (vizio da lui stesso confermato, una volta superato) senza che le performance ne risentano. Perché fa richiesta di assunzione part time a una catena di negozi di elettronica per usufruire degli sconti dipendenti, citando come referenza il GM Jerry Krause.

Dopo tre anni viene ceduto agli Indiana Pacers, dove gioca la sua migliore pallacanestro, in particolare nella stagione 2003/2004 chiusa con 18.3 punti, 5.7 rimbalzi e 3.7 assist a partita, la convocazione all’All Star Game e il titolo di miglior difensore dell’anno. Improvvisamente, però, la luce si spegne. Il 19 novembre 2004 Indiana gioca a Detroit e, a pochi secondi dalla fine di una partita ormai decisa, Artest commette un fallo duro e gratuito che accende una rissa, piuttosto violenta ma circoscritta al parquet. La situazione degenera quando un tifoso lancia un bicchiere di birra verso Artest che si fionda tra il pubblico scatenando il far west. Viene squalificato per il resto della stagione, destinato ai servizi sociali e infine ceduto. Tra il 2006 e il 2009 sverna tra Sacramento e Houston, riga dritto, fa canestro, difende ma non picchia, porta le squadre ai playoff e inizia un percorso di redenzione personale. Si concede un’unica bizzarria: chiede (senza ottenere) ai Rockets un mese di ferie, nel pieno della stagione, per incidere un disco rap.

Nell’estate 2009 lo chiamano i Lakers e lui riapre il circo. I playoff 2010 sono la sua consacrazione: canestro decisivo per battere Phoenix e portare Los Angeles in finale, prestazione monstre (20 punti, 5 rimbalzi e 5 palle rubate) con canestro fondamentale nell’ultimo minuto di gara 7 contro Boston, primo titolo NBA della sua carriera. Nei giorni successivi, Ron ringrazia pubblicamente il suo psicologo per i miglioramenti e dichiara il suo nuovo corso: “essere un ideale vivente di pace e amore“. Avvia le pratiche per il cambio di nome e, nel novembre 2011, diventa Metta World Peace. Dove Metta sta per il concetto indiano di gentilezza e Pace nel Mondo sta per “un nome che parla di amore. In modo che tutti possano essere legati al mio nome, anche quelli che non sono vicini a me. I bimbi devono capire il concetto di pace nel mondo”. Anche se, successivamente, darà una nuova versione della scelta: “Ora, quando si vogliono arrabbiare con me, dovranno dire: ‘Io odio la pace nel mondo’“.

Tutto è bene quel che finisce bene? Più o meno. Infatti, nel 2012 rifila, forse casualmente forse no, una gomitata piuttosto pericolosa a Harden e viene squalificato per 7 turni. A fine stagione anche i Lakers lo scaricano e lui annuncia che vuole lasciare il basket per darsi al football. Pochi giorni dopo, coerentemente, firma per i New York Kniks dove dura una sola stagione. Il resto è storia recente: in estate si trasferisce in Cina e decide di cambiare il suo nome in Panda’s Friend, in omaggio al mammifero asiatico simbolo di pace. Anche qui, gioca metà stagione (con delle stranissime scarpe sormontate da un panda) e viene fermato per un problema al ginocchio. Il tempo di rimettersi in piedi e firma con Cantù fino al termine della stagione. Ora siamo tutti qui ad aspettare trepidanti il suo esordio per capire quale dei tre giocatori animerà un campionato alla disperata ricerca di personaggi copertina.

Chissà se, venendo via dall’Oriente, manterrà la volontà di cambiare nome e diventare davvero Panda’s Friend. Più probabile, vista la volubilità del personaggio, che blocchi l’iter amministrativo. Soprattutto se gli capiterà, nei mesi in Brianza, di vedere la Panda di Marchionne.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://blacksportsonline.com/home/2013/04/metta-world-peace-on-tweetgate-im-much-more-of-a-distraction-than-kobe/

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