Fantacalcio senza calcio

l'esultanza del fantacalcista 2.0

L’esultanza del fantacalcista 2.0

 

Succede, quasi automaticamente. Intravedi la soglia dei quaranta e inizi una qualche deriva. C’è chi, sposato con figli, avverte la necessità di inseguire le emozioni, ovvero le universitarie per strada. C’è chi, sposato senza figli, ha la stessa necessità ma più tempo libero che investe iscrivendosi contemporaneamente a yoga, tango, laboratorio teatrale e corso di scrittura creativa. C’è il single incallito, il “diciottenne con ventidue anni di esperienza”, che per sentirsi vivo passa nottate a fare bagordi in giro per locali. E c’è il single di ritorno, che sale sul treno dell’incallito senza averne l’expertise che gli consenta, se non di rimorchiare, almeno di non finire la serata abbracciato alla tazza del cesso.

C’è chi, scapolo o ammogliato, svolta inspiegabilmente verso l’hipster con tanto di barba, occhiali e jeans skinny nonostante due cosce che neanche Sebino Nela (oggi, non negli anni Ottanta). E chi vira sul radical chic, sostituendo i suoi comodini con delle cassette di frutta capovolte, sbiancate of course, e tutti i quadri di casa con delle locandine di film post realisti, in bianco e nero ça va sans dire.

Poi ci sono quelli che regrediscono. Nella categoria, i più pericolosi sono quelli che sviluppano una forma di regressione legata allo sport. C’è chi vuole sentirsi in forma e inizia a praticare qualsiasi disciplina, possibilmente contorniandosi di compagni che potrebbero essere suoi figli. C’è chi inizia a guardare l’NBA di notte e chi compra una consolle e si perde in interminabili sessioni di FIFA o PES. Io e altri sette quasi quarantenni siamo caduti su un classicone: il fantacalcio. All’epoca del mio ultimo torneo ero uno studente universitario fuori sede molto appassionato di calcio: ascoltavo “Tutto il calcio minuto per minuto”, non perdevo un anticipo né un posticipo in tv, vedevo “Controcampo” fino all’una di notte. Il fantacalcio era una perfetta estensione della mia passione calcistica. Nella mia rosa c’erano solo giocatori che avevo seguito a lungo e che ammiravo per caratteristiche tecniche e/o temperamentali. Per intenderci, i miei feticci erano Mimmo Di Carlo, che giocava esattamente come io avrei voluto, e Pasquale Luiso, il toro di Sora, che avevo seguito fin dalle serie minori. Quando mi affezionavo ad un giocatore, avrei ucciso per averlo con me anche l’anno successivo. Anche la ritualità del fantacalcio era piuttosto artigianale ma molto romantica: facevo la formazione con il televideo, la inviavo con un sms, aspettavo “Novantesimo” per indovinare nei servizi degli inviati i voti dei miei, il lunedì mattina andavo al bar e con scuse ogni volta più improbabili sbirciavo la Gazzetta provando a fare i conti a mente, ricevevo risultati e classifica via mail ma per consultarli dovevo pagare un internet point.

A più di tre lustri di distanza il calcio mi piace sempre ma, tra campionato spezzatino, pay-tv, streaming e higlights on demand, lo seguo molto meno. Per chi gioca al fantacalcio ci sono le probabili formazioni on line, i ballottaggi last minute aggiornati in tempo reale, i gestionali dedicati e le statistiche che neanche l’Istat. E’ cambiato lui, sono cambiato io. Soprattutto, ho sperimentato che nella mia nuova infatuazione per il fantacalcio non c’è quasi più posto per il calcio. Non ho mai visto in faccia i due terzi dei miei giocatori, non ho idea delle loro caratteristiche tecniche ma li ho scelti esclusivamente sulla base di complessissimi modelli matematici. Non avverto quasi alcun legame tra i check con cui scelgo la formazione dal mio smartphone e i tiri, i dribbling, gli assist e i fuorigioco degli stadi di Serie A. Insomma, tra calcio e fantacalcio avverto la stessa distanza che c’è tra economia reale e finanziaria: in questo fantacalcio 2.0 mi sento tanto il trader finanziario che muove paccate di soldi dietro l’enorme monitor del suo PC, segue curve e prospetti in real time ma non ha mai messo il naso fuori dal suo ufficio per vedere di quale materia è fatto quello che compra o vende. Uno di quelli che ha perso ogni contatto con la vita reale, in perenne scollamento dalla quotidianità, che prende decisioni teoriche su cose di cui in pratica non sa niente.

C’è una cosa però che il tempo non ha scalfito. E’ la sensazione che mi pervade in una domenica sera in cui i miei tre attaccanti hanno giocato in casa contro Parma, Atalanta ed Empoli, senza segnare. O in cui il mio portiere ha preso un gol stupidissimo sul 3-0. O in cui il mister della squadra che al mercoledì giocherà in Champions rivoluziona il suo undici per fare turn over e ti fa giocare in dieci. Un mix letale di rabbia, apatia e scoglionamento. Perché tutto si evolve, ma ciò che muove il regresso a sfondo fantacalcistico è sempre lo stesso motivo: lo sfottò dell’avversario di turno. Ma, soprattutto, la paura di subirlo. Quella paura che ti porta a scrollare compulsivamente e di nascosto dodici volte al minuto la tua app per controllare il live dell’anticipo del sabato sera, magari mentre sei a una cena formale. Quella paura che, quando svanisce, in qualunque contesto tu sia, ti regala un attimo di leggerezza anche se (o proprio perché) hai quasi quarant’anni e non puoi esultare. E ti costringe a fare come il viaggiatore di commercio di cui parla Gene Gnocchi in “Blumun” di Vecchioni, quello che “ha scoperto al casello che c’è lo sciopero e non si paga, e fa la faccia seria ma dentro… ride”.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://www.theforexguy.com/high-frequency-trading/

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