Ho sognato Socrates

Socrates

Di spalle, Socrates (o Casagrande)

 

Non sogno spesso, ma la notte scorsa si è fatto vivo nei miei paraggi onirici Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Socrates, insomma. Di lui e della sua vita reale – sono piuttosto giovane – ho ricordi molto sbiaditi, principalmente televisivi. Di un tizio segaligno con la barba e la maglia viola della Fiorentina con la scritta “Opel”. Di un elegantissimo spaventapasseri. Di una faccia rabbuiata, quella del Sarrià. E poi di un’intervista a un tale, credo si chiamasse Pelè, che lo definisce “il giocatore più intelligente della storia del calcio brasiliano”.

Nel sogno, comunque, era ancora vivo e dalle tribune di un qualunque stadio inglese assisteva a una partita del Liverpool. In questo mio personale palcoscenico notturno l’ho visto tranquillo, forse silenziosamente assoggettato alla sua cirrosi, nella fila a ridosso del campo, con lo sguardo ciondolante da una parte all’altra del rettangolo di gioco, a seguire i movimenti del pallone e le fasi della partita. Così, per diversi minuti, senza che il sottoscritto – io sognante – potesse capire nulla del risultato e dei protagonisti.

Socrates è stato un personaggio affascinante. Era nato, ad esempio, in una famiglia poverissima dell’Amazzonia, ma riuscì a studiare e a diventare medico. Il calcio fu quasi un dettaglio, un pretesto, un mezzo di un talento prezioso e profondo. La storia, infatti, non gli è debitrice di imprese sportive indimenticabili. Centrocampista di manovra, con una formidabile visione di gioco, un gran bel tiro e la deliziosa perversione per il colpo di tacco. Era molto brasiliano, in sostanza. Giocò da protagonista (e da capitano) in un Brasile tra i più forti e ingenui della storia, quello dei mondiali spagnoli. Una squadra con lui, Falcao e Zico che aveva l’unico difetto di voler attaccare sempre e che per questo fu colpita e affondata dall’Italia molto pratica e molto sprezzante di Paolo Rossi. Ma il posto del “dottore” è nei romanzi del calcio, non negli annali. Al Corinthias si prese la briga di dare vita a un esperimento unico di fusione di sport, politica, ideologia e lotta di classe. L’idea della scritta sulla maglia “dia 15 vote” (il giorno 15 andate a votare) fu sua, propose l’abolizione delle regole rigide dello spogliatoio e del ritiro. Una forma di autogestione clamorosa in cui tutti, per alzata di mano, esprimevano la propria preferenza su allenamenti, divise, soldi, cibo. Una squadra senza nomenklatura, senza timore per la dittatura, senza remore nello scendere in campo e cantare in coro le canzoni di Gilberto Gil. Era la Democrazia corinthiana e stupì il mondo.

Nel sogno è da solo, l’esperimento è finito, la dittatura pure, il calcio non permette più la lotta di classe e alle diseguaglianze, ma è disuguaglianza. Ad un certo punto la messa a fuoco migliora. Le telecamere di questo stupefacente abbaglio mi portano in area. C’è un rigore per il Liverpool. Toccherebbe al capitano di giornata, un insignificante Jordan Henderson, ma Mario Balotelli ha già preso il pallone in mano e vuole tirare lui. Gli altri insistono per farlo desistere, ma sono impotenti. E’ l’angherocrazia balotelliana. Servirebbe Javier Zanetti che all’Inter – stessa scena, stessa insulsa tracotanza – lo prese per mano e lo allontanò dal dischetto. Sullo sfondo un vecchio, elegante e longilineo, scavalca i cartelloni pubblicitari e lentamente si avvicina ai giocatori, quando Balotelli è ormai pronto. L’invasore è Socrates, si abbassa a prendere il pallone e lo mette sotto il braccio sinistro. Il destro lo passa sulle spalle di Balo e lo accompagna via. Insieme si allontanano, tra lo sbigottimento dei presenti. “Dove andiamo? C’è figa dove mi porti?” sussurra l’attaccante espropriato del rigore.

E’ la morte di un sussulto anarchico ed è l’ultimo della democrazia di Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche l’ultimo fotogramma del mio sogno rivoluzionario.

D.S.

 

PHOTO CREDITS: http://placar.abril.com.br/imagem/516c2986865be2380f00126a

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