L’intervista infame: Nando Gentile

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Nando Gentile quando non era più Pino La Gioia

 

Immaginate di avere 16 anni, di essere un playmaker e di giocare per la squadra della vostra città, neopromossa in A1. Siete seduti in panchina durante una trasferta sul campo della squadra da due anni campione d’Europa. Improvvisamente il vostro coach vi scaraventa in campo a inizio secondo tempo, contro il più forte regista italiano del momento. Tirate fuori una prestazione memorabile e guidate la vostra squadra al successo, in diretta Rai. Ecco, mentre io e voi possiamo solo sognarlo, c’è un uomo che tutto questo può raccontarlo. L’anno è il 1983, la squadra della sua città è la Juve Caserta, l’avversario è Cantù, il coach coraggioso Boscia Tanjevic, il grande avversario Pierluigi Marzorati. E lui è Nando Gentile.

D: Nando, fu una cosa davvero improvvisa come ce la immaginiamo noi, o nelle settimane precedenti avevi avuto la percezione di essere in rampa di lancio?
R: In verità già durante la preparazione precampionato avevo capito che il mio allenatore non era uno qualunque, uno che stava a controllare la carta d’identità o i precedenti cestistici dei suoi giocatori, ma sicuramente non pensavo di giocare tanti minuti in una partita così importante e al cospetto di Marzorati.

D: Ti ricordi esattamente quale fu il tuo primo pensiero quando coach Tanjevic si girò verso di te e ti disse di entrare?
R: Ci misi un po’ ad alzarmi dal mio posto, quando mi fece cenno di andare sul cubo dei cambi non avevo capito bene se ce l’avesse davvero con me.

D: Ho rivisto dei filmati di quella partita su Youtube e mi ha colpito la spavalderia con cui portasti il tuo primo pallone oltre la metà campo, con quel palleggio sempre ai limiti della palla accompagnata. Eri davvero così a tuo agio, fin da subito? O in realtà ti stavi cagando sotto, come un qualsiasi esordiente?
R: Probabilmente l’incoscienza dei miei 16 anni mi trasmetteva una certa tranquillità.

Ora, visto che ci siete, tornate ad immaginare: fate uno sforzo e pensate al vostro post partita. Immaginate di telefonare a casa, felicissimi, per sapere come siete venuti in TV. E di scoprire che il telecronista, che peraltro non era uno qualsiasi ma niente meno che Aldo Giordani, era talmente tanto sorpreso e impreparato al vostro ingresso in campo, che per tutta la partita ha sbagliato il vostro nome, confondendovi con un vostro compagno panchinaro.

D: Nando, francamente: quanto hai bestemmiato sapendo che Giordani ti aveva ribattezzato “Pino La Gioia”?
R: La verità?? Ho riso tanto insieme al mio compagno in questione, per un periodo tutti mi chiamavano “Pino” o meglio, in napoletano “Pinù”.

Un esordio così folgorante, quasi cinematografico, non poteva che essere il trailer di una meravigliosa e avvincente storia che oggi Infamedipalla ha il privilegio di raccontare insieme al protagonista principale. Da questo punto in poi, infatti, Nando Gentile si prende Caserta sulle spalle: ne diventa capitano e, insieme a Esposito e al brasiliano Oscar, la porta prima stabilmente ai play-off, poi stabilmente in Europa, poi alle prime finali scudetto e continentali della sua storia, infine alla conquista del suo primo trofeo, la coppa Italia del 1988. Una vittoria che non toglie per quella fastidiosa sensazione di essere gli eterni secondi, soprattutto perchè si è avuta la sfortuna di essere contemporanei di una delle squadre italiane più forti di tutti i tempi: l’Olimpia Milano di D’Antoni, Meneghin, McAdoo, Pittis, poi anche Riva.

D: Eravate un gruppo forte, che giocava insieme da tempo e migliorava gradualmente. Avevate la sensazione che, ad un certo punto, il vostro tempo sarebbe giunto? Che si trattava solo di aspettare? O Milano sembrava davvero imbattibile?
R: Milano sembrava davvero imbattibile e soprattutto lontana tantissimo da Caserta… Tutto arrivava più attutito, non c’era internet, i giornali che trattavano di basket erano pochissimi, ma probabilmente anche questo ci aiutava a lavorare bene e concentrati per migliorare avvolti dall’amore protettivo dei nostri tifosi, consapevoli che prima o poi sarebbe toccata a noi qualcosa di bello.

La Juve Caserta che si prepara a scrivere la storia cresce a piccoli passi, ma ha evidentemente ha bisogno di un grande scossone. Nonostante l’addio di Tanjevic, l’uomo che aveva lanciato anche Enzino Esposito e Sandro Dell’Agnello, e la promozione di Franco Marcelletti, storico assistente di Boscia, la squadra continua a giocare nello stesso modo: enorme cuore, fortissimo senso di appartenenza, grande lavoro di squadra ma fondamentalmente palla a Oscar, tiro, canestro. Un gioco divertente, spettacolare e redditizio. Ma non al punto da far salire Caserta sul tetto d’Italia. Nel frattempo Gentile, Esposito e Dell’Agnello sono all’apice della loro forma fisica, tecnica e mentale. E il perimetro inizia ad essere troppo affollato, con tutto quel talento. Così, a fine stagione 89/90 Oscar, secondo marcatore di tutti i tempi in A1, non viene confermato. Un segnale inequivocabile che Caserta fa sul serio. Perchè è pronta a rinunciare ai 9143 punti del brasiliano e a prendersi dei rischi.

D: Immagino che la scelta di avvicendare Oscar, che era con voi da otto anni, sia stata drammatica. Ho sempre pensato che il presidente Maggiò, oltre a coach Marcelletti, avesse coinvolto anche la squadra nella decisione. Fu così?
R: E’ stato uno dei momenti più tristi e difficili della storia della Juve Caserta anche perché Oscar era stato un punto di riferimento, un faro soprattutto per noi più giovani della squadra (Enzino Esposito, Sandro Dell’Agnello ed io) ma anche una decisione necessaria proprio per permettere il completamento della nostra crescita e ne fummo tutti consapevoli fin da subito.

D: La scelta di passare ad un assetto con due lunghi americani cambiò la storia di quella squadra. Ma quanto fu difficile passare da Oscar e Glouchkov, una specie di fratelli maggiori per tutti voi, a Frank e Shackleford? Soprattutto, mi incuriosisce l’integrazione dei due USA nel vostro spogliatoio, non propriamente un covo di cultori della lingua inglese. Ricordi qualche aneddoto in particolare?
R: Diciamo che Oscar e Georgi ormai erano diventati” casertani” più di noi, la lingua ufficiale era il dialetto napoletano ovviamente nel momento in cui arrivarono i due nuovi USA tutto cambiò, ma non la profonda goliardia che poi è sempre stata una costante dello spogliatoio bianconero. Ricordo in particolare lo sguardo allucinato di Charles Shackleford la prima volta che Esposito sparò delle miccette mentre lui si faceva la doccia (urlava come un pazzo) salvo arrivare il pomeriggio successivo con le tasche piene delle suddette… diciamo che non ci misero molto ad… ambientarsi.

La regoular season 90/91 va come da copione: primato nel girone d’andata, secondo posto alla fine del ritorno dietro a Milano. Ma è solo una lunga attesa dei play-off. Superate di slancio Pesaro e Bologna, indovinate chi aspetta Caserta in finale? Esatto, sempre Milano. Una serie epica, giocata punto su punto, pallone su pallone. Come è inevitabile che sia, si arriva a gara 5 al Pala Mazda di Milano. Caserta inizia forte, va al riposo avanti di 4, ma ad inizio secondo tempo salta il ginocchio di Esposito. Enzino piange e si contorce dal dolore, vuole restare in campo, ma è impensabile. Dovrebbero portarlo in ospedale ma si rifiuta: non esiste che lasci la squadra in campo a lottare. E infatti assiste a tutto il resto della partita, in lacrime, a bordo campo. Caserta barcolla come un pugile colpito duro, ma ci pensa il capitano: Gentile si carica una intera città sulle spalle, segna canestri a un coefficiente di difficoltà assoluto, quasi deride il difensore di turno. Alla fine saranno 28. Che sommati ai 30 di Dell’Agnello, ai 20 (più 20 rimbalzi) di Shackleford, alla difesa di Frank, fanno scappare Caserta dove Milano non ha più benzina per arrivare. Finisce 88 – 97, la Juve Caserta è campione d’Italia. Ed è lo scudetto di Nando Gentile e di Enzino Esposito, delle scelte coraggiose e dell’orgoglio meridionale.

D: Nando, ricordo quella gara 5 come chiunque abbia a cuore questo sport e più di 35 anni. Ricordo le vostre esultanze calcistiche dopo ogni canestro, ricordo la trance agonistica che trasudava da ogni vostro movimento. Soprattutto, ricordo il tuo sguardo ad ogni minuto che passava. Hai mai preso realmente in considerazione di poter perdere quella partita?
R: Non credo di averci mai pensato, so solo che ero superconcentrato e non volevo perdere ancora, no davvero. Quando poi la dea bendata si volse da un’altra parte, privandoci in modo così traumatico di Enzino, mi caricai ancora di più. Dovevo lottare anche per lui!

D: Hai mai pensato cosa sarebbe significato perdere quella partita? Quanto la tua carriera sarebbe stata diversa, senza quello scudetto?
R: Onestamente non lo so, penso perchè soprattutto mi sarei perso tutte quelle emozioni, quella gioia irrefrenabile, quei momenti indimenticabili che quel traguardo ci regalò. Vedere al nostro arrivo all’aeroporto quel mare umano dei nostri tifosi, quel fiume di auto che ci scortò da Napoli a Caserta, non ha eguali.

D: Avevi la percezione di cosa significasse uno scudetto a Caserta, in quel momento storico? O te ne sei reso conto con il tempo?
R: Solamente dopo qualche giorno ho realizzato l’importanza non solo sportiva di quella vittoria, e il fatto che oggi a distanza di 24 anni ne parliamo ancora, quando nel frattempo tante altre squadre hanno vinto lo stesso titolo, fa comprendere quanto è stato speciale e unico il raggiungimento di quel traguardo.

D: Dopo un’apoteosi di tale portata, ti sei confermato top player prima a Trieste di nuovo con Boscia, poi a Milano (scudetto e coppa Italia), infine al Panathinaikos (3 titoli greci e una eurolega). Immagino che niente possa avvicinarsi alla soddisfazione dello scudetto del ’91. Allora ti chiedo, quale vittoria si piazza al secondo posto nella tua personale classifica?
R: Ovviamente la vittoria della Eurolega, la vecchia Coppa dei Campioni con il Panathinaikos soprattutto perché in campo europeo ero stato un po’ sfortunato: tante finali e semifinali ma nessuna coppa.

D: Mi sembra certo che il basket, in casa Gentile, sia una malattia trasmessa cromosomicamente. Oltre a Stefano ed Alessandro, ho scoperto che gioca in A1 anche tua sorella Immacolata. Ho un dubbio: il fatto di essere figli (o sorella) di Nando Gentile è stato per loro più un vantaggio o uno svantaggio?
R: Diciamo che noi Gentile nel sangue, oltre ai globuli rossi e bianchi, abbiamo delle piccole sfere… arancioni! Veramente io questo non lo so, ma mi piace pensare che il problema se lo siano posti e se lo pongano soprattutto gli altri; Stefano ed Alessandro vanno avanti per la loro strada consapevoli di tutto il bello di questo sport, che per loro è diventato anche un lavoro, di tutte le soddisfazioni che ti può dare, di tutti i sacrifici e le rinunce che comporta sia che ti chiami Gentile sia che ti chiami Bianchi o Rossi. Alla fine è il campo che parla anche perché io, che sto in tribuna, un telecomando per allargare il canestro non ce l’ho anche se a volte mi piacerebbe.

Ma dopo tutto, che tu sia figlio dell’idraulico più famoso del paese della tua squadra (come nel caso di Nando) o di un mito assoluto della pallacanestro italiana, se hai il talento, il cuore, gli attributi e il cervello della famiglia Gentile, a che ti serve il telecomando?

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Nando_Gentile_-_Mobilgirgi_Caserta.jpg

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