Ben Johnson, la mela marcia. E allora marcia!

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Ben ti sta!

 

Prima di Armstrong e di Schwazer e più degli atleti della DDR e delle nuotatrici cinesi, di Pantani e Maradona, di decine e decine di altre storie di sport vigliacco, ci fu Benjamin Sinclair Johnson Jr.. Cioè, Ben Johnson.

A Seul nel 1988 – e chi se lo scorda? – questo tizio, canadese di origine giamaicana, bruciò tutti nella più attesa delle gare olimpiche, la finale dei cento metri. Che fece in un flash, 9 secondi e 79 centesimi, arrivando sul traguardo con il braccio al cielo e con Carl Lewis a guardargli il culetto. Tre giorni più tardi, però, il mondo scoprì che erano stati gli steroidi a farlo vincere, a dargli quel record strepitoso e finto, a far sgranare gli occhi a milioni di persone in ogni dove.

Lui, scajolamente, dirà che erano stati gli americani a drogarlo. Gli altri finalisti, in seguito, finirono tutti con le mani nella marmellata del doping (tranne Calvin Smith) e quella gara venne designata dagli storiografi “la più sporca della storia”. In ogni caso, diventammo tutti, da quel momento in poi, meno ingenui. E lo sport, che pure aveva vissuto già clamorose storie di doping, divenne ufficialmente un affare imbrodolato, un gioco truccato. Non servirono squalifiche esemplari, litanie scandalizzate, controffensive regolamentari. La potenza mediatica e simbolica di quei Giochi Olimpici non lasciò scampo. Stop.

Noi di Infamedipalla, certo, arriviamo con un ritardo smisurato, ma avremmo fatto così. Noi Ben Johnson lo avremmo squalificato a vita da qualunque disciplina sportiva, tranne una: la marcia. Altro che muscoli pompati, sguardi fieri, tutine attillate e gare di soli cento metri. Lo avremmo costretto a muoversi alla stregua di invertebrato con le scarpe incollate all’asfalto, facendolo somigliare a uno che corre sbilenco come se avesse i sassolini nelle scarpe o un perizoma ricoperto di spine di fichi d’India. Oppure lasciando tutti convincersi della sua passione per il movimiento sensual.

Naturalmente, massimo rispetto per la marcia, la nobiltà della disciplina, il suo blasone olimpico, l’estrema tecnicità del gesto sportivo. Ma Ben Johnson merita di correre in questo modo infame, scheletrirsi, somministrare occhiate striscianti, vestirsi di canotte ondulanti e di una visiera sulla fronte. E, soprattutto, di soffrire così, allevando sgradevoli vesciche, per venti chilometri.

Lo ammireremmo sardonici. Sul divano, in un comodo pigiama, con la birra e le patatine.

D.S.

 

PHOTO CREDITS: http://www.telegraph.co.uk/sport/othersports/athletics/10329995/Ben-Johnson-I-was-nailed-on-a-cross-for-taking-steroids-at-Seoul-Olympics-25-years-later-Im-still-being-punished.html

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