Io, gradone, ti amerò per sempre

zdenek_zeman

Il Messia dei Gradoni esulta dopo un gol della sua squadra

 

Tornerà. Tornerà di nuovo con il suo carico di silenzi, sigarette, convinzioni, moduli, movimenti e comandamenti sempre uguali. Con illusioni spacciate per il tramite di presidenti coraggiosi e un po’ visionari. Perché, nonostante dieci esoneri, nel calcio italiano c’è sempre qualcuno disposto a innamorarsi di questa sagoma dalla parlantina breve (e mai banale), del profeta del gioco spericolato e anche del nemico de er sistema. Scordandosi ormai dell’allenatore e delle aspettative che si porta dietro dopo cinquanta anni di panchine.

A maneggiare numeri, infatti, non gli si fa un favore. Zdenek Zeman ha vinto solo tre campionati (e mai uno scudetto). Il primo a Licata nel 1985 in C2 con una squadra fatta quasi interamente da ragazzi del vivaio locale (a Licata, non a Zingonia). Il secondo a Foggia nel 1991 in B, aprendo il sipario su Zemanlandia. Il terzo a Pescara nel 2012, sempre in B, facendo diventare adulti tre pischelli come Immobile, Insigne e Verratti. Eppure ha allenato la bellezza di ventuno squadre, dal 1966 a oggi, comprese Lazio, Roma, Napoli, Fenerbahce e Stella Rossa. A occhio e croce soffre piazze importanti, grossi club, giocatori marpioni. Forse tecnicamente non è un perdente, ma nemmeno un vincente.

No, Infamedipalla – che è infame, ma onesto – non arriva a tanto, cioè ricordare tutto questo a conforto dell’assunto che è una schiappa. Ma solo per dire che, di fatto, quando si tratta di questo silenzioso signore di Praga adottato dall’Italia, il nostro calcio – inteso qui come presidenti e dirigenti che scelgono, tifoserie che metabolizzano, mezzi di informazione che raccontano – diventa incredibilmente romantico, indifferente ai risultati, fissato con lo spettacolo e con i giovani, con forsennati che corrono, corrono, corrono, con attaccanti che non smettono più di segnare, persino con epici difensori lasciati soli al loro destino. Quando spunta il suo nome da antipiretico (“prendi Zeman e la febbre scappa via!”), la dottrina del #bastafareungolpiùdeglialtri soverchia altre ben più miserabili e misurate logiche. Come per magia. Certo il calcio sarebbe solo un gioco e quindi avrebbe ragione lui. Ma non è così.

In ogni caso, tornerà. Perché nel Paese dei voltagabbana, Zeman è la purezza, un’eccezione, un diverso. Vince benissimo e perde malissimo. La sua virtù non sta mai nel mezzo. Non è opportunista, non conosce il tornaconto personale, non cambia mai idea. Non urla, non esulta, non fa sconti. Ai suoi calciatori fa fare i gradoni, tutti in fila a saltellare come canguri sulle tribune, a sfiancarsi e a sputargli fiele e lui in un angolo a osservare, muto. Li faceva a Cinisi alla fine degli anni Sessanta, li ha fatti sino a qualche settimana fa a Cagliari, l’ultima allucinazione zemaniana. Gli stessi gradoni, come piccola categoria dell’edilizia, gli sono grati in eterno per la notorietà. Lo ameranno per sempre.

Zdenek è un fanatico, calcisticamente parlando. E i fanatici sono affascinanti, sono attraenti da studiare, finiscono nei romanzi e nei libri di storia, stanno in tutte le epoche. Però, non vincono mai. Lui, comunque, tornerà. Perché a noi italiani, trasformisti e rinnegati, un po’ già ci manca, perché gli zero e zero ci annoiano, perché senza di lui i gradoni tornerebbero nel dimenticatoio, nel triste anonimato dei posti a sedere.

N.B. La pubblicazione di questo post avviene in palese disaccordo con G. M., che tra non molto illustrerà il suo (trascurabile) punto di vista sul Messia dei Gradoni.

D. S.

 

PHOTO CREDITS: http://www.blogcagliaricalcio1920.net/notizie/news/1964/ore-decisive-per-zeman-al-cagliari–giulini-incontra-il-boemo-i-dettagli

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