L’intervista infame: Riccardo Pittis

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Pittis, ambidestro anche nell’esultanza

 

Ci sono talmente tanti cambiamenti nei 18 anni di A1 di Riccardo Pittis che neanche il miglior (o peggior) Clemente Mastella a cavallo tra Prima e Seconda Repubblica. Una sola costante, a differenza di Mastella: la capacità di essere decisivo. In molti modi diversi, ma sempre decisivo. Fin da subito, già a diciotto anni, nello scudetto 1987 che completò il Grande Slam dell’Olimpia. Quando coach Peterson, in gara tre di finale contro Caserta, sul 2-0 ma sotto di diciannove e con l’inerzia che sembrava girare, lo scaraventò in campo quasi per disperazione. Ottenendone dieci punti, con due bombe e una palla recuperata decisiva, e il tricolore.

Sembrava l’epifania di una talentuosa guardia con una visione di gioco super che lo faceva assomigliare più a un regista che a un’ala piccola. Tanto più che tutti i suoi primi allenatori sognavano di trasformarlo nel primo playmaker oltre i due metri visto in A1 e Dan Peterson parlava espressamente di lui come del Magic Johnson italiano. Invece era l’esordio di un vero e proprio istrione, che ha definito il ruolo di point forward in Italia. Andando avanti negli anni e avvicinandosi progressivamente sempre di più a canestro questo ragazzo gracile, al punto da essere soprannominato Acciughino, ha messo su due belle spalle che gli hanno consentito di restare decisivo come a diciotto anni, ma giocando in modo completamente diverso, spesso da 4 tattico. E ha messo su anche due belle palle, tali da arrivare a Treviso per sostituire un certo Toni Kukoc, prenderne il posto in quintetto e il numero di maglia. E farsi accettare e amare, da ex capitano di Milano, e nonostante un avvio difficile (lo scudetto arriverà al quarto tentativo), a tal punto da diventarne leader carismatico, capace di dominare spogliatoi pieni di stelle neanche fossero il dietro le quinte dei Grammy o degli Oscar.

Ma un cambio di ruolo e di maglia non sono poi una storia tanto eccezionale. Quello che rende la traiettoria di Pittis veramente interessante è la capacità di muoversi, contemporaneamente, sul secondo asse che definisce il concetto di evoluzione personale: non solo il cambiamento nel tempo, ma anche e soprattutto la versatilità, intesa come capacità di adattamento al contesto, nel suo caso a quello di squadra. Perché Pittis è stato decisivo come terminale offensivo e come gregario al servizio dei compagni, anche nella stessa stagione. Perché è stato miglior attaccante e miglior difensore della sua squadra, a volte nella stessa partita. Perché è stato destro e poi sinistro, per lo meno dalla lunetta. Roba che è un miracolo non sia finito schizofrenico.

Oltretutto, dicevamo prima, la costante di questo ragazzo milanese diventato uomo, marito e bandiera a Treviso, è l’essere decisivo. Un’abitudine che non ha perso neanche appendendo le scarpe al chiodo. Per questo, quando nel luglio 2012 la famiglia Benetton lascia morire la Pallacanestro Treviso, Riccardo Pittis si mette a bussare porta a porta alle aziende del territorio per salvare la sua squadra. Ne trova ben sessantasette disponibili, fonda un consorzio e ne diventa garante. Ma il progetto non va in porto per alcuni ripensamenti dei maggiori investitori. Ma le spalle sono rimaste larghe e le palle fanno il resto, e così Pittis concepisce e lancia su Facebook una iniziativa rivoluzionaria nel panorama sportivo italiano: l’azionariato popolare. E sono mica chiacchere: mette insieme settecento donatori, risveglia le coscienze di alcuni imprenditori locali e battezza Treviso Basket 2012, di cui diventa GM. Certo, si tratta di ripartire dal basso, addirittura dal campionato di Promozione, ma con un palazzo sempre pieno e un entusiasmo crescente. L’anno successivo la squadra viene iscritta con una wild card alla Divisione Nazionale B e, a giugno scorso, si aprono le porte della A2 Silver (grazie a un accordo con la B.N.B. Torrevento Corato, e sotto il nome di Universo Basket Treviso, di cui Pittis è tutt’ora consigliere).

Ora, per tutti i motivi sopra, capirete bene che a me verrebbe anche un discreto cagotto alla prospettiva di scambiarci quattro chiacchere. Perché con un personaggio così si può parlare degli ultimi 25 anni, e dei prossimi 25, del basket italiano. Decido di togliermi qualche curiosità sul Pittis che abbiamo amato noi, quello che i giocatori li gestiva dal campo e non dalla scrivania. Quello il cui ufficio era il parquet.

Gli spiego che Infamedipalla racconta le storie di innamorati del pallone. Che sono i protagonisti delle storie che raccontiamo, quelli che non la passano neanche sotto tortura, soprattutto nei momenti decisivi. Ma sono ma anche quelli che vorremmo ci leggessero, e che venderebbero moglie e madre pur di non rinunciare alla partitella in cui fare i fenomeni.

Per me l’emblema dell’Infamedipalla è Mario Boni (di cui infatti abbiamo scritto qui), a te quali nomi verrebbe di associare a tale archetipo?
“Beh Marione è davvero imbattibile in questa categoria… per mio conto io ci metto sicuramente Bob Mc Adoo e poi tutti quelli con il cognome che finisce in –ic”

Tu sei stato un grande su entrambe le metà campo. Ci dici chi sono stati il difensore e l’attaccante che hai sofferto maggiormente?
“L’attaccante sicuramente Danilovic, il difensore Pittis, visto che spesso ero io stesso ad annullarmi…”

E qual’è il compagno che, per le sue doti di Infamedipalla, avresti con piacere posterizzato nello spogliatoio del Forum o del Palaverde?
“Se avessi avuto l’età e i gradi per farlo, l’unico è stato Premier.”

Parliamo di allenatori. La partita del tuo esordio è stata anche l’ultima panchina di Dan Peterson (a parte il fugace ritorno di qualche anno fa). Rammarico per averlo avuto così poco? Ma soprattutto, è davvero un personaggio come lo raccontano, o lo è diventato dopo?
“L’ho avuto nel suo ultimo anno di carriera, ma erano già tre anni che mi allenavo praticamente in pianta stabile con la prima squadra. Non è un personaggio come lo raccontano… è molto di più! E’ veramente senza ombra di dubbio il numero 1.”

Tutti gli altri, a partire da D’Antoni passando per Obradovic e Messina, ti hanno chiesto cose diverse. Hai mai pensato che la tua versatilità in campo fosse, più che una opportunità, una condanna? E tra tutti i coach con cui hai lavorato, di quale conservi il ricordo migliore?
“Parto dal fondo: di tutti ho un gran ricordo, ma sicuramente con Mike ho avuto il rapporto più profondo visto che è stato prima mio compagno di squadra, mentore, allenatore e amico. La versatilità è stata la caratteristica che mi ha permesso di poter giocare tanti minuti con degli allenatori molto diversi tra loro, quindi per me è stata una grande benedizione.”

A proposito, in tanti avrebbero scommesso in una tua carriera da coach. Non hai proprio mai avuto la tentazione?
“Mi ha solo sfiorato, ma non sono caduto nel facile errore che fanno molti, e cioè dare per vera l’equazione buon giocatore=buon allenatore. Sono due mondi completamente diversi e io nel secondo non mi sono mai visto bene.”

Chiudiamo con una curiosità infame: nel 2003, per via dei seri problemi ai tendini della mano destra, diventasti mancino dalla lunetta. Quante maledizioni mandavi agli avversari che ti facevano fallo sistematico?
“Non solo dalla lunetta! Sono orgoglioso di poter dire che sono arrivato a segnare da tre punti in partita con la mano sinistra. Ancora oggi faccio fatica a credere che sia successo realmente perché la ritengo una cosa surreale. Ovviamente alla lunetta non ero molto contento di andarci, ma se non ricordo male quell’anno, nonostante l’handicap, ho tirato con un dignitoso 50%… sfido chiunque a farlo…”

Avete capito bene: un campione che, nella parte finale di una carriera in cui ha vinto tutto (giusto per essere chiari: 7 scudetti, 6 coppe Italia, 2 Korac, 2 coppe campioni, 1 intercontinentale e 1 argento europeo), potrebbe adagiarsi verso un dignitoso campionato da capitano non (o poco) giocatore. Uno che, con l’intelligenza e il talento dimostrati, avrebbe potuto racimolare minuti e presenze anche senza mani. Ma che invece, 35enne, si mette in testa di imparare a tirare con l’altra mano. E non solo ci prova, ma ci riesce anche: ladies&gentlemen, Riccardo Pittis.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://www.megabasket.it/2012/03/serie-a/treviso-sceglie-riccardo-pittis-per-ripartire-nel-dopo-benetton/10355595/

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