Serena e vegana

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Serena Williams in una tipica posa vegana

 

Mettiamo che la comunità mondiale vegana, stanca di passare per una sottocultura un po’ snob, si decida a fare seriamente proselitismo. Mettiamo che si impegni a combattere il mainstream onnivoro attraverso social e mass media. Un attacco frontale, una sfida (per una volta, è il caso di dire) all’ultimo sangue. Immaginiamo il gotha vegan che si riunisce e decide di incaricare un qualche guru della comunicazione che, pronti via, propone una campagna coi controcazzi. Punto primo del programma: individuare un testimonial forte, fortissimo, che impugni ciecamente il vessillo del veganismo e aiuti a spazzare via tutto l’assortimento degli stereotipi sul veg: oltranzista, hippie, settario, magro, debole, addirittura malaticcio.

Eccoli, il guru e il gotha, all’ultimo piano di un grattacielo di Manhattan, che sorseggiano vegan smoothies e succhi di radice di zenzero durante il briefing. Il guru che sgrana il rosario dei testimonial papabili: Bono Vox? Troppo sputtanato. Will Smith? Troppo frivolo. Angelina Jolie? Troppo costosa. George Clooney? Troppo disponibile. Rihanna? Troppo magra. Jennifer Lopez? Troppo in carne. Bruce Springsteen? Troppo maschio. Charlize Theron? Troppo femmina.

Mettiamo pure che questo gotha ci inviti all’ultimo piano del grattacielo di Manatthan, nella stanza dei bottoni vegani. Ebbene, saremmo lieti di dare la nostra indicazione, forse banale, ma impossibile da ignorare. Perché il veganismo il testimonial perfetto ce l’ha sotto mano. Nel tennis c’è una donna in primo piano da un paio di lustri, in assoluta ascesa dal 2011 e ininterrottamente n. 1 del ranking dal febbraio 2013, un mostro che sta praticamente stuprando il suo sport a suon di vittorie, primati e servizi a 200 km all’ora: Serena Williams. Che è vegana. E lo è da un anno prima che iniziasse questo suo interminabile regno (è un indizio di qualcosa?). Non c’è niente di meglio di una sportiva che è l’emblema della forza fisica e della potenza per ribaltare il mediocre cliché di una dieta carente. Di una tennista che ha fondato il suo gioco sull’aggressività dei suoi colpi e sulla solidità della sua mente. Di un’atleta che, a sentire gli esperti, potrebbe battere persino un collega uomo di alto livello. Di una donna che, nell’immaginario collettivo, confina molto di più con una cannibale che con una vegetariana. Niente e nessuno meglio di lei, ma il veganismo mondiale forse non è interessato a fare proselitismo oppure non segue il tennis.

C’è di più. Serena ha abbracciato la filosofia vegana non per scelta di vita o per vezzo modaiolo. Ma per incoraggiare e sostenere sua sorella maggiore Venus, anche lei giocatrice di primo livello (n. 1 al WTA nel 2002) e per un periodo sua più acerrima nemica in campo, cui è stata diagnosticata la sindrome di Sjogren. Una malattia autoimmune che provoca continui disturbi reumatoidi e problemi di equilibrio e che avrebbe potuto mettere a rischio la carriera di Venus, se non fosse per i benefici che la dieta vegana (accompagnata da percorsi di meditazione, yoga e massaggi ayurvedici) pare abbia sulla riduzione dei suoi sintomi. E’ una storia fantastica quella di questa donna che normalmente sbrana le sue avversarie sul campo, ma che ha un cuore così tenero da stravolgere il suo regime alimentare per supportare, con la vicinanza e l’esempio, sua sorella nonché rivale storica. E da quel momento – forse casualmente, forse no – migliora a tal punto le sue prestazioni sportive da non perdere più un colpo.

Persino noi, veganizzati a dovere, potremmo cominciare a mettere qualche pallina al di là della rete. Magari sui corridoi laterali o oltre la linea di fondo, ma comunque finalmente al di là della rete. Se solo fossimo sentimentali come Serena e avessimo a cuore le ragioni degli animali. Più che delle alghe, del tofu, della soia e del seitan.

G.M
D.S.

 

PHOTO CREDITS: http://www.dailymail.co.uk/sport/tennis/article-2538085/Australian-Open-2014-Victoria-Azarenka-doesnt-care-Serena-Williams-favourite-tag.html

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