Non conoscendo affatto la statura di Dio

volley_libero

Trova l’intruso

 

Ogni volta che, in un raptus di zapping, inciampo in una partita di pallavolo, o almeno tutte le volte in cui non cambio canale subito, la mia attenzione viene immediatamente catturata da colui che indossa una maglia diversa dagli altri. Finendo per concentrarmi quasi ossessivamente sui suoi movimenti, nel tempo ho appreso un po’ di cose sul suo conto: si chiama libero, di solito è il più basso dei sei, entra ed esce dal campo, gioca in seconda linea, non può concludere le azioni. L’ultima volta che mi è successo di osservarne uno, durante Macerata-Perugia di sabato scorso, ho pensato alle similitudini con il portiere del calcio e mi è tornato alla mente un meraviglioso pezzo dei Bluvertigo, “Sono = sono”, quello che fa:

“… giuravo che avrei fatto il portiere

era l’unico a differenziarsi

pensavo che non fosse della squadra

era vestito meglio e stava fermo

(e quando io sto fermo é perché ho qualcosa in mente)” .

Ecco, invertendo il nesso di casualità rispetto a Marco Castoldi in arte Morgan, a me viene qualcosa in mente perché sto fermo. E così, in un sabato pomeriggio davanti alla tv, ho riflettuto e questo ruolo mi è sembrato particolarmente ingrato: non può conseguire l’obiettivo ultimo del gioco, è relegato in una zona del campo, anche se è il migliore può giocare al massimo la metà del tempo. Come se non bastasse, chi gioca libero lo è diventato ad un certo punto della carriera, quasi dovesse espiare dei peccati. Perché prima del 1997 questo ruolo, semplicemente, non esisteva. Già, ma allora perché lo hanno inventato? E chi può essere stato talmente infame da infliggere, a disciplina affermata, un tale peso a una categoria di atleti?

Non ci ho messo molto a scoprire che l’inventore del libero è il messicano Ruben Acosta, presidente per un ventennio abbondante (1994-2008) della Fivb, una specie di padre padrone della federazione internazionale del volley. Un visionario, uno che la leggenda narra sognasse durante la notte i cambiamenti che, grazie ad un potere quasi dispotico, imponeva di giorno. Si devono a lui una serie di tentativi di andare oltre la struttura ripetitiva del gioco, di catturare l’attenzione del pubblico dei non addetti, introducendo tanto spettacolo e maggior equilibrio e incertezza. Su tutti, l’introduzione del tie break e l’abolizione del cambio palla (1998), che all’annuncio fece rischiare l’ischemia a diverse generazioni di tradizionalisti. Più altri capisaldi del regolamento (tocco con i piedi, ricezione in palleggio) cambiati dalla sera alla mattina. Altrochè #cambiaverso, altrochè #tirodritto.

Bene, ho pensato, siamo davanti ad un gigante dello sport. Voglio vederlo in faccia. Fammelo cercare in google images. E… come come come? Ma è un nanerottolo! Cioè, l’uomo che ha introdotto il ruolo che, in sostanza, castra qualsiasi possibilità di ribalta ai piccoletti del volley è poco più che un pigmeo! Si tratta di una perversa forma di sadomasochismo o mi sfugge qualcosa? Controllo meglio, e trovo una dichiarazione dell’ottobre 2001, in cui Acosta esprime preoccupazione per il continuo crescere dell’altezza media dei giocatori: “Questo progresso mi preoccupa. Di fatto penalizza le squadre, soprattutto quelle asiatiche, che giocano una pallavolo veloce e divertente. Da sempre la nostra intenzione è quella di fare del volley uno sport che tutti possono giocare”.

E qui l’illuminazione: Acosta altro non è che la personificazione del giudice di Fabrizio De André, quello di un metro e mezzo di statura, quello che si trova adulto senza essere cresciuto. Quello che diventa giudice per esercitare il potere, per punire, per vendicarsi. Solo che Acosta, meno crudele, si è vestito degli abiti del miglior riformista per poi introdurre una sorta di quota nana in campo. Per il gusto di tirare fuori dal fondo delle panchine una intera categoria, quella che gli stava più a cuore (e quindi “troppo vicino al buco del culo”), cui ha sottratto qualche copertina, ma ha garantito in cambio carriere solide e ingaggi soddisfacenti. Tenendo in cambio per se la poltrona più prestigiosa del volley mondiale a oltranza. Perché una volta dimessosi, il nostro si è fatto nominare Presidente Onorario a vita. “Non conoscendo affatto la statura di Dio”.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://www.schiacciamisto5.it/blog/25331/mondiali-volley-maschile-le-paropagelle-di-italia-usa-tema-famosi-guerrieri/

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