L’intervista infame: Flavio Tranquillo

La Bibbia di ogni Infamedipalla a spicchi

La Bibbia di ogni Infamedipalla a spicchi

 

Io sono notoriamente un buono: non ho mai partecipato ad una rissa in vita mia, le poche volte che ho litigato risalgono alla mia tarda adolescenza, mi sottraggo sempre alle discussioni accese, quando proprio non posso recito sempre il ruolo del mediatore, evito con grande metodo di essere polemico o sgradevole. Forse difetto di personalità o forse, come disse lo psichiatra alla visita militare, ho un tale bisogno di piacere agli altri che mai mi farei un nemico gratuito. L’unica volta nella mia vita adulta in cui ho avvertito un ignorantissimo istinto violento é stata per colpa di Flavio Tranquillo.

Era una sera di fine estate, bevevo una birra in un bar vista mare in compagnia di altri maniaci sentimentali, ciascuno del suo sport. Nell’imminenza dell’inizio dei vari campionati, si parlava di abitudini malsane in stile “frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero” di fantozziana memoria. Si era pian piano scivolati verso l’ammissione delle più strane forme di ritualità da divano quando ad un certo punto un po’ tutti condividemmo qualche tipo di feticismo nei confronti delle voci dei telecronisti sportivi. Tra un Pizzul, un Piccinini e un Galeazzi ancien regime, trovai il coraggio di confessare il mio debole per Flavio Tranquillo. C’era chi non lo conosceva e spiegai che “si tratta di un giornalista di Sky” quando intervenne quello che il buon Stefano Benni definisce magistralmente il tecnico (ce n’è uno in ogni discussione da bar che si rispetti) dicendo: “Il Fabio Caressa del basket”“Non bestemmiamo per favore, che quando Caressa mise piede a Tele+, Tranquillo era già campione d’Europa” sibilai, considerandolo davvero e a tutti gli effetti parte del roster di coach Tanjevic. “Non vorrai mica confrontare la fama di Caressa con quella di Tranquillo, lo conoscono giusto i sonnambuli o gli insonni cronici”“Parliamo di uno che ha scritto un libro in cui riflette insieme a un giudice palermitano sulla legalità e su come difenderla nella vita di tutti i giorni, vogliamo confrontarlo col marito di Benedetta Parodi?”. E così via, in un crescendo di tensione che neanche Sgarbi e Cacciari l’un contro l’altro armati.

La madeleine proustiana che mi ha fatto tornare alla mente questo episodio, legato a “I dieci passi piccolo breviario sulla legalità”, è stata l’uscita del suo secondo libro. “Altro tiro, altro giro, altro regalo” sembra scritto esattamente per me e per quelli come me: intossicati cronici di pallacanestro, inguaribili romantici, nostalgici e allo stesso tempo convinti che il meglio lo si debba ancora vedere, ovviamente con il commento di Flavio Tranquillo. Avendo un amico di quelli veri che fa un lavoro di quelli veri nella pallacanestro quella vera (a cui ho garantito l’anonimato per evitargli un futuro da Lele Mora della palla a spicchi, tante sarebbero i “mi-presenti-a”), gli ho chiesto se poteva mettermi in contatto con la voce della mia adolescenza, della mia gioventù e con tutta probabilità anche della mia maturità. Perché se fosse lui stesso un libro non c’è dubbio che per quelli come me Flavio Tranquillo sarebbe un romanzo di formazione.

So che è patetico, ma quando lo chiamo sono teso come se fossi in lunetta per il secondo tiro libero, dopo aver sbagliato il primo, e siamo pari a sette secondi dalla fine. Flavio Tranquillo mi evita un arresto (cardiaco, non “-e-tiro”), risponde proprio al primo squillo con la voce che conosco dai tempi di Koper Capodistria e fortunatamente mi sciolgo immediatamente evitando al me stesso 37enne di fare la figura del pinolo quindicenne che fui.

Gli spiego che Infamedipalla è un omaggio a quelli innamorati del pallone, che non passano neanche sotto minaccia di violenza fisica, soprattutto nei momenti decisivi. E sono i protagonisti delle storie che raccontiamo, ma anche quelli che vorremmo ci leggessero (ne parliamo qui). Perché ci sono infami ovunque, in NBA e in Eurolega come in Prima Divisione e al campetto sotto casa. Mi spiega che dalle sue parti li chiamano Veneziani, gli dico che per me l’emblema dell’Infamedipalla è Mario Boni (di cui abbiamo scritto, qui) e gli chiedo quali giocatori gli verrebbe di associare all’archetipo di Veneziano. Spara: “Mario Boni. Isiah Rider. Joe Bryant. Oscar. Kicanovic. God Shamgod. Hector Campana”. E io potrei già morire soddisfatto. Il resto é un botta e risposta che mi ha divertito molto. Lo riporto più per l’orgoglio di averlo fatto che per la presunzione che diverta voi quanto me.

Flavio, cosa si prova ad essere la voce che manda a letto una discreta quantità di uomini a tarda notte? Avverti la gelosia di una discreta quantità di mogli/compagne/fidanzate o la pressione di un discreto numero di datori di lavoro che si ritrovano dipendenti con le occhiaie un paio di giorni a settimana?
“A maggio-giugno effettivamente un po’. Anche le moglie/compagne/fidanzate gradiscono però, e con i mariti/compagni/fidanzati guardano il Gioco, di cui la telecronaca è solo un prescindibile optional”. 

Nell’immaginario di quelli della mia generazione la tua voce è legata all’Europeo del 1999 in Francia. Personalmente ti ho sempre considerato a tutti gli effetti Campione d’Europa. Secondo te, è sbagliato pensare che il tuo contributo sia stato, se non superiore, almeno paragonabile a quello di (per dirne uno) Marcelone Damiao, per inciso uno dei più grandi sbandieratori di asciugamani che la pallacanestro italiana ricordi?
“Gli Dei del basket salvino Marcelo. Nel 1999 gli SMS erano agli albori, e parecchie tifose volevano “festeggiare” la medaglia con Marcelo a giudicare da quanto declamava in pullman dopo la sbornia parigina… scherzi a parte, i campioni d’Europa sono loro. Noi siamo stati testimoni, dotati di enorme culo”. 

Il livello di competitività del basket italiano, da allora, è andato piuttosto giù. Non voglio farti venire un’ulcera e chiederti cosa pensi del nostro movimento. Ma da Campioni d’Europa non avevamo neanche un italiano in NBA mentre oggi abbiamo piazzato 4 italiani dall’altra parte dell’Oceano. Globalizzazione a parte, come te lo spieghi? Congiuntura favorevole? Abbassamento del livello?
“Le Nazionali non hanno alcunché a che fare con il resto. Si vince e si perde per fattori del tutto contigenti, vedi Nuova Zelanda, Macedonia e compagnia. I quattro italiani di là sono il frutto della loro apertura, non del nostro miglioramento. Sacchetti, Gilardi, Brunamonti e Meneghin ci stavano quanto questi quattro, per dire”. 

A proposito, secondo te chi è il prossimo? E chi, di tutti quelli che hai commentato, avresti proprio tanto voluto vedere al piano superiore?
“Il prossimo credo sarà Gentile. Avrei voluto vedere Dejan Bodiroga tra i non italiani. Tra gli italiani Meo Sacchetti e Dino Meneghin”. 

Domanda banalotta per risposta complicata: quelle che arrivano in final four di Eurolega, che stagione farebbero in NBA?
“Da 20 a 35 vittorie”.

A proposito di Europa, i tempi sono maturi per Ettore Messina head coach NBA? Nel senso, ritieni che l’NBA sia pronta per un genio del suo livello?
“Certo che sì, ma è un processo, lento”. 

Altro tiro, altro giro, altro regalo” è strutturato in quattro capitoli, uno per ogni quarto di gioco. Sono dedicati ai protagonisti del gioco: giocatori, allenatori, arbitri e media. Hai recitato tre di questi quattro ruoli, ti manca (che io sappia) il primo. Che tipo di giocatore ti sarebbe piaciuto essere? E, soprattutto, che tipo di giocatore saresti stato, con le tue caratteristiche personologiche?
“Sarei stato, in un altro corpo, un discreto difensore, un ansioso alla Bertolotti/Binelli, un vero appassionato e un buon passatore. Periodo ipotetico della totale irrealtà”. 

Al contrario, se il basket non fosse mai esistito esistito, chi sarebbe oggi Flavio Tranquillo? Dopo tutto, sei pur sempre un bocconiano…
“Direi un impiegato che fa l’arbitro in serie A”. 

Dovrei chiederti la cosa più bella e quella più brutta che hai mai sparato in telecronaca. Ma da Infamedipalla ti chiedo solo la più brutta: una gaffe, un errore grossolano…
“Mille volte non ricordarsi che non tutti i falli nel finale danno luogo a due liberi. La peggiore cosa la feci anni fa a un Superbowl, confondendo il defensive coordinator dei Dallas Cowboys con l’allenatore dei kicker. Sarebbe come confondere Michael Jordan dei Bulls con quello che giocò a Cantù”. 

Ho letto che hai iniziato la tua carriera nel 1981 sostituendo Federico Buffa (altro feticcio per una generazione), volato temporaneamente – manco a dirlo – negli States, nelle radiocronache dell’Olimpia Milano. Al suo rientro, ti concesse di rimanere per affiancarlo come seconda voce. Negli anni i ruoli si sono invertiti, e siete diventati la coppia per eccellenza. Ora le vostre strade si sono divise, praticamente dopo trent’anni. Ti senti più Albano o più Romina?
“Come voce Romina, come presenza Albano…”

Per chiudere, una domanda infame infame: ma tu il testimonial per le scarpe lo faresti mai? (Ogni riferimento a Buffa è puramente casuale…)
“I giornalisti professionisti non possono, viola una precisa regola deontologica. E io alle regole ci tengo”. 

La nostra chiacchierata finisce qui, nel salutarlo lo ringrazio per cose come “E qui Roma che, permettetemi il neologismo, Panathinaikoseggia in casa del Panathinaikos”(2007). Una frase che, gli dico, se avessi un po’ di propensione alla trasgressione e un bicipite grande a sufficienza, mi sarei senza dubbio tatuato. Pausa di un secondo e poi: “Evviva la NON trasgressione!”. Evviva Flavio Tranquillo.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: https://www.facebook.com/flavio.tranquillo?fref=ts

 

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