Lo zen e l’arte della manutenzione dello spogliatoio

Prandelli mentre se ne va a quel paese

Prandelli mentre se ne va a quel paese

 

A luglio scorso, di ritorno dal mondiale brasiliano, Cesare Prandelli avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di evitare il linciaggio in patria. Alla disperata ricerca della certezza di non rientrare in Italia, stava meditando di andare in India e sparare a due pescatori quando, nella sorpresa di tutti, arrivò la proposta da parte del Galatasaray.

La sua ansia di riscatto unita alla fretta del club di sostituire il dimissionario Roberto Mancini produssero una firma-lampo. Purtroppo, mancavano a entrambi delle informazioni decisive sul conto della controparte. Il Mister ignorava che il presidente turco aveva intenzione di investire nella squadra quanto Schumacher a suo tempo nell’apprendimento della lingua italiana. Ai dirigenti del Gala sfuggiva che Prandelli è una persona perbene, un tecnico preparato (anche se molto meno innovativo di quanto si pensi, e lui pensi), ma capace di gestire solo situazioni in fase di crescita e squadre in costruzione. Con queste premesse, questo matrimonio aveva le stesse chances di durare di uno tra Giovanardi e Vladimir Luxuria. E infatti qualche giorno fa la società del Bosforo ha deciso di cambiare manico.

Ammetto di essere prevenuto: Prandelli non mi ha mai convinto soprattutto nella gestione degli uomini, con quel suo atteggiamento un po’ zen, perennemente a metà del guado tra bontà d’animo e fermezza, estetica e pragmatismo, intransigenza etica e indulgenza. Ma da maggio in poi c’è stata una tale escalation che me lo ha reso del tutto indigesto.

Andiamo con ordine: il 13 maggio l’allora CT dirama la lista dei trenta preconvocati per la tournèe mondiale. Inserisce, tra gli altri, Cassano (defenestrato due anni prima per assecondare i senatori che ormai reggevano le sue gag quanto Bukowski l’alcool) e Rossi (il ragazzo della porta accanto, convalescente dopo un grave infortunio). A margine di questo ballottaggio tra il diavolo e l’acqua santa, altri duelli minori che il nostro mister ha la maestria di gestire con una dichiarazione alla Gazzetta che ridefinisce il concetto di imbarazzo della scelta: “Non chiamerò gli esclusi: dire sei fuori non è imbarazzante, ma di più”. Da lì è un vero crescendo di rapporti problematici con la squadra: dopo l’esordio confortante con l’Inghilterra, arrivano le figuracce con Costarica e Uruguay precedute, accompagnate e seguite da tutta una serie di spifferi che facevano intuire come l’aria dello spogliatoio italiano fosse salubre quanto quella del bagno di casa Galeazzi dopo il pranzo di Natale.

Prandelli, presentandosi alla stampa di Istanbul, racconta la sua versione: le dimissioni da CT, più che un’assunzione di responsabilità, sembrano una presa di distanze dalla squadra. Non proprio il modo migliore per farsi amare dai suoi nuovi uomini. Come se non bastasse, neanche arrivato, si trova nel bel mezzo di una faida intera dei giocatori turchi contro Sneijder e il suo stipendio. Si schiera dalla loro parte e si inimica con una sola mossa non solo l’olandese, unica star in rosa, ma anche la fazione straniera della squadra, con Felipe Melo e Muslera in primis. Tutto il resto è una matematica conseguenza di questa unità di intenti: arrivano il deludente terzo posto in campionato, la prematura eliminazione dalla Champions League e il triste esonero.

Ora mi chiedo: se Lippi (che pure aveva alzato la Coppa) dopo il flop in Sudafrica è dovuto ripartire dalla Cina, quanto lontano dovrà andare Cesare Prandelli per rifarsi una credibilità post 2014?

G.M.

 

PHOTO CREDITS: http://www.lettera43.it/foto/mondiale-2014-italia-arrivo-brasile_43675131425_2.htm

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