La (presunta) leopardità della Pulce

leo_messi

La Pulce in una posa da Leopardi

 

Io lo so perché Messi, fuori dal campo, è così taciturno, introverso e quasi insignificante, persino malaticcio. Perché è un po’ recanatese, come Giacomo Leopardi.

La storia la sapete ed è inutile ripeterla nei dettagli: un certo Angelo Messi alla fine dell’Ottocento* lasciò Recanati per l’Argentina, dove divenne padre, nonno e così via e dove più o meno un centinaio di anni dopo è nato Lionel. Volete che un po’ di leopardità** recanatese non sia finita nella valigia di cartone del signor Angelo e poi, subdola, nell’acido desossiribonucleico del più forte calciatore vivente?

Dunque, a scuola ci hanno sempre raccontato che Leopardi era malato e cresceva a stento, era timido all’inverosimile e sempre a disagio in mezzo alla gente. Soffriva molto e si rifugiava meravigliosamente nella scrittura. Messi da piccolo pare avesse una forma di autismo*** e di sicuro problemi nella crescita che indussero il Barcellona a pagargli le ormai costose e celeberrime cure ormonali. Oggi vomita spesso (persino in campo) e non si capisce perché. Lontano dal rettangolo verde praticamente non esiste: zero discoteche, zero mondanità, zero bolidi, zero pupette, ai Caraibi ci andrà solo quando lì organizzeranno i mondiali, si dice dorma parecchie ore al giorno, non guarda la tv, non guarda le partite e non legge e quando è costretto a qualche intervista o a parlare da qualche palco con in mano l’ennesimo premio, di fatto, fa tecnicamente una fatica bestiale. Soffre quando ha a che fare con il contorno del mondo del pallone. Ma appena sbuca sul prato dal tunnel degli spogliatoi di ogni stadio del pianeta, Leo – la Pulce – è quello dei gol e delle serpentine, delle azioni da videogioco, della sfida perenne alla forza di gravità e ad altre leggi della natura.

Leopardi era pessimista, lo sanno pure le pietre. Messi non lo è, ma quando perde è cupo che più cupo non si può, piange e si eclissa tra le quattro mura di casa (va bene, probabilmente sono più di quattro). Infelice, esattamente come il primo. Per fortuna, a ‘sto ragazzo non capita spesso di perdere.

Dunque, la mia tesi è ampiamente dimostrata. Giacomo Leopardi e Lionel Messi appartengono al club dei fenomeni del genere umano, al circolo degli introversi, alla famiglia degli anti-divi, alla cooperativa dei disadattati, disagiati e socialmente indisposti. E inevitabilmente alla casta dei privilegiati. Entrambi, non a caso, hanno sangue recanatese nelle vene. L’unico e decisivo punto di contatto è quello.

Considerazione finale. E va bene che in Argentina non sono fessi, ma dico io, non si poteva fare un tentativo di convincere Messi a fare l’oriundo e indossare la maglia azzurra invece di fare i salti mortali con Amauri, Ledesma e Romulo? O meglio, non si poteva dare un posto in banca ad Angelo Messi e farlo vivere e procreare nelle Marche? Le solite cose italiane.

* il poeta era già morto, ma che c’entra?!
** vivere, apparire e soffrire come Giacomo Leopardi
*** chi l’ha detto prima di me (Romario, per esempio) è stato minacciato di querela dal padre di Messi, che però probabilmente non legge infamedipalla, non sa l’italiano e comunque non ci cagherebbe nemmeno

D.S.

 

PHOTO CREDITS: Beatriz Cobos (https://www.flickr.com/photos/redandwhitefeeling/6421668967)

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