Bombe & maroni, gioie & dolori

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Troppa qualità in Mario Boni perchè ce ne fosse anche nella foto

 

Ancora oggi mi chiedo se fosse più amato dai suoi tifosi o odiato da quelli avversari. E, corollario, ancora oggi mi chiedo se godesse di più per la venerazione dei suoi o per gli insulti dagli altri. Quelli che lo hanno idolatrato più intensamente sono i tifosi di Montecatini, quelli che lo hanno detestato più visceralmente sono quelli di Pistoia. Anche e soprattutto per partite come quella del 1991.

E’ il 10 novembre e succede che Mario Boni porta i suoi due enormi maroni a Pistoia e gioca i centottanta secondi più sensazionali che la pallacanestro italiana ricordi. Perché sono i tre minuti iniziali del match e non di uno qualsiasi, ma di un derby, con la curva avversaria che gli dedica cori il più carino dei quali mette in rima “sogno nel cuore” e “Mario Boni con un tumore”. In questo clima, nei centottanta secondi iniziali Montecatini gestisce quattro possessi, e il suo numero dieci in quei quattro possessi mette quattro bombe.

Sono gli anni in cui Mario Boni nell’immaginario collettivo sta alla trance agonistica come Lucio Dalla ai gorgheggi. Di sicuro, più che amato o odiato, è temuto. Dagli avversari, perchè può accendersi violentemente e in un niente. Dai suoi, perchè può spegnersi completamente e all’improvviso, continuando a sparare a salve senza alcuna coscienza. Il 10 novembre 1991 non si spegnerà più: piazzerà una quinta bomba al quinto tentativo e andrà avanti così, tra zingarate nell’area colorata chiuse fissando negli occhi il capo ultras avversario, liberi tirati con qualche secondo di ritardo per godersi ogni singolo vaffanculo, paroline dolci sussurrate a Claudio Crippa, capitano avversario. Perchè tra le tante cose che è stato, Mario Boni è stato anche il padre di tutti i trash talkers.

Chiuderà con trentatre punti in ventuno minuti, uscirà per infortunio, ma rimarrà in panchina a prendersi tutti i bestemmioni del caso dai pistoiesi imbufaliti. Vincerà Montecatini, nella distrazione generale.

Quell’infortunio gli costerà la prima convocazione in Nazionale. Poco male, perchè poco dopo avrà un’altra occasione per far esordire i suoi maroni e le sue bombe nel club Italia. Lo farà nel febbraio 1992, ma sul campo sbagliato, quello di Siena, dove lo odiano più o meno quanto a Pistoia e trasformeranno la partita in una corrida contro di lui. Sarà la sua prima e ultima partita in Nazionale. Anche perché nel 1994, l’anno dopo aver vinto il titolo di capocannoniere della A1 (riuscendoci a trent’anni dall’ultimo italiano) risulterà positivo al nandrolone e sarà squalificato per due anni. Dichiarandosi innocente, giurerà sui suoi maroni:

“Io non sono la quercia che un fulmine può abbattere, un uragano sradicare. Io sono come la gramigna: quella, anche se bruci il campo, rinasce. Più forte di prima”.

Nei successivi due anni, in cui i suoi maroni vestiranno i pantaloncini dell’Aris Salonicco, vincerà quelli che restano i suoi due unici titoli in carriera. Ma ritornerà in patria e, come aveva minacciato, non si fermerà più: lo scorso giugno, a cinquantuno anni, ha vinto la C Nazionale con il minuscolo Monsummano. Da poche settimane ha annunciato il ritiro dall’attività agonistica. Ha detto che “è meglio lasciare il profumo che la puzza”. Secondo me è una cazzata, sta solo facendo una preparazione atletica differenziata in vista dei prossimi play-off.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: www.lanazione.it/montecatini/sport/basket/2012/07/04/739133-mario-boni-ritiro-basket.shtml

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