Franco Baresi, il braccio alzato della legge

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Franco Baresi nell’unica immagine in cui sorride

 

Fu alla fine degli anni Ottanta che il fuorigioco smise di essere una regola per diventare una tattica. Bastò un attimo all’Arrigo Sacchi da Fusignano per trasformare l’oligarchia dei fischietti in monarchia di un re che imponeva la sua volontà per mezzo del suo braccio.

Quando manie di controllo e ossessione per la perfezione si palesarono con le sembianze di un megafono sul campo centrale di Milanello, Franco Baresi era il libero della squadra da una vita. Giocando qualche metro dietro i suoi colleghi sguazzava come Renato Vallanzasca in un carcere di massima sicurezza. Gli venne chiesto, semplicemente, di cambiare ruolo, abitudini, modo di allenarsi e di giocare. Rispose con il suo sguardo standard, quello di chi, scartato a quindici anni da una squadra che gli preferì il fratello, diventò in rapida successione titolare, campione d’Italia e capitano della squadra dirimpettaia. Lo sguardo di chi, da ventiduenne Campione del Mondo, bandiera di una squadra retrocessa, poteva andare ovunque ma restò a giocarsi la serie B.

La malinconia che velava i suoi occhi impedì di capire se fosse amore, odio, fastidio o sfida a prima vista.

Quello che sappiamo oggi è cosa produsse quella scintilla tra uno sguardo malinconico e uno spiritato: un decennio in cui Franco Baresi scattava secco in perfetto sincrono con altri tre compagni di squadra. Innescando una immutabile sequenza: lui alzava il braccio, il guardalinee sventolava e l’arbitro fischiava.

Un decennio in cui non si parlava di moviola in campo per ovvi limiti tecnologici, ma in cui non se ne avvertiva alcuna esigenza nella certezza che se Franco Baresi alzava il braccio, semplicemente, era fuorigioco. Un decennio di feroci discussioni da bar, con i milanisti a venerare quel braccio alto e tutti gli altri a odiarlo a tal punto da diffondere la leggenda metropolitana che trasformava la nobile scelta dell’adozione nel tradimento di sua moglie con un aitante compagno originario del Suriname. Un decennio in cui non si parlava di sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti di una società, ma di deferenza nei confronti di una parte del corpo di un solo giocatore. Un decennio in cui il Piscinin passava il tempo ad alzare il braccio come i trofei.

Molto banalmente, Franco Baresi in quel decennio è stato il suo braccio alto. Una identificazione talmente totalizzante che, quando il braccio è rimasto giù, il carisma, la leadership e l’influenza sono, semplicemente, evaporati.

Appeso il braccio al chiodo, ha provato a insegnare la scienza del fuorigioco ai ragazzini, o a mettere la sua fama al servizio del Milan. Non ha funzionato. Sverna nell’ufficio marketing della nuova sede di via Aldo Rossi. Ma ancora oggi, quando alle 17.30 in punto scende in strada in cerca di un taxi che lo riporti a casa, gli basta un gesto e, per un meraviglioso riflesso condizionato, tutti i vigili della zona fischiano infrazione.

G.M.

 

PHOTO CREDITS: www.buongiornoslovacchia.sk/index.php/archives/17735

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